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Joni Mitchell, 'Both Sides' - La recensione

Conversazioni sulla vita, l'arte, la musica: filosofia di una musa sfuggente

Both sides

Both Sides, particolare dell'immagine di copertina – Credits: © Jack Robinson, The Jack Robinson Archive, LLC

Pittrice, poetessa, compositrice. Triplice arte e un'unica, misteriosa, fonte di ispirazione. Note e pennellate che s'incurvano come delfini, parole alate che planano su uno spartito. Canzoni come tatuaggi. Joni Mitchell dialoga con Malka Marom, ex cantante folk con il duo Malka & Joso poi convertitasi al giornalismo d'autore, in un libro che prende a prestito il titolo di uno dei suoi classici degli anni Sessanta: Both Sides. Passato mezzo secolo, questa settantenne ragazzina continua a guardare la vita da entrambi i lati - ombre e luci, fantasia e realtà, verità e finzione - nella gamma infinita delle sue sfumature.

Una fredda sera di novembre 1966 Malka entra in un club di Toronto dove una sconosciuta sta armeggiando con la chitarra. È una folgorazione. Quegli accordi, quelle parole, sono un caleidoscopio di colori da cui attingere per provare a cambiare se stessa. Le pronostica un futuro radioso ("Una delle poche volte nella mia vita in cui ho avuto ragione su qualcosa"). Non si perderanno più di vista, nemmeno dopo l'ingresso (1996) nella Rock'n'Roll Hall Of Fame. Questo libro raccoglie tre corpose interviste registrate nel 1973, 1979 e 2012, inframmezzate da brevi estratti di conversazioni con il produttore Elliot Roberts e musicisti della cerchia di Joni.

Ci vuole un sesto senso magico, spiega la giornalista a proposito del processo creativo di Joni Mitchell, per catturare il frammento di verità contenuto in un'immagine, creando una sensazione di attesa. Perfino i grandi del jazz hanno avuto i loro grattacapi di fronte ai suoi accordi sospesi. Suoni simili a punti interrogativi. Naturale che agli uomini non piacciano, sorride Joni, loro cercano la risoluzione, come nella vita. Invece nella sua poesia prevalgono i lampi improvvisi, frammenti di sogni, le fughe nella fantasia, i flussi di coscienza. Il linguaggio, anche in queste interviste, procede su un doppio registro: uno legato ai concetti, l'altro alle qualità emotive della parola. Il manifesto poetico di questo modo di osservare la realtà era già contenuto in Both Sides Now, 1967: ogni sapere certo sull'esistenza non è che illusione dato che il pensiero si muove come le nuvole, in perenne ondeggiare verso un confine anch'esso mutevole.

I ricordi di gioventù scorrono a luci e ombre. Luci di un'epoca piena di creatività e passioni, ombre per il fallimento di una maternità non scelta, per un'inquietudine esistenziale senza via di uscita. Joni si confessa a Malka sull'amore e sull'amicizia, il vivere quotidiano e la filosofia di Nietszche, la solitudine e la gabbia dell'io, svelando i sensi di colpa di una disadattata cronica ("mi sarei trovata meglio nella Parigi degli anni Venti"). Sono sempre inchiodata a una relazione eppure i rapporti di coppia sono sempre viziati dal possesso. Il paradosso dell'Hejira: la passione romantica anela all'unità totale e indivisibile ma la scintilla fusionale dura solo un istante. La poetica dell'amore di Joni Mitchell si fonda su una parola sfuggente, "romance", in cui l'ansia di assoluto della passione è indissolubilmente legata alla nostalgia di se stessa.

Joni Mitchell era tutto, ha scritto nell'autobiografia il suo antico compagno Graham Nash: "una donna affettuosa, leggiadra con un che di sfuggente che sembrava accendersi da dentro. La sua bellezza era un dono quasi altrettanto grande quanto il suo talento..." A quegli anni d'oro Nash ha appena dedicato una ballata struggente, Golden Days, rievocando le canzoni piene d'anima e di speranza che illuminarono il cammino di una generazione. Le utopie libertarie di quando la musica sembrava non poter avere fine, impollinatrice di positività universale. "Siamo polvere di stelle, siamo d'oro" era il mantra di Woodstock, canzone manifesto di cui però altri a Woodstock si fecero portavoce. "E dobbiamo fare in modo di tornare al paradiso".

Ne è passato di tempo. Joni Mitchell combatte da anni contro l'insonnia e la depressione, mali umanissimi, più insidiosi forse perfino della polio che a nove anni la costrinse sei mesi in ospedale. "Cosa è accaduto all'All You Need Is Love" si chiede Nash in un verso di Golden Days. Con sarcasmo feroce Joni ha già risposto molti anni fa, mollando al suo destino un'industria musicale governata da "turisti del sesso", e anticipando nei versi di Slouching Towards Bethlehem la deriva dell'uomo contemporaneo in gara per il successo. Un mostro apocalittico si avvicina a Betlemme per il nuovo avvento, a sancire il capovolgimento completo dei valori.

Troppo eccentrica per le convenzioni sociali di ogni epoca, Joni Mitchell racconta di essersi simbolicamente mozzata un orecchio nell'autoritratto che campeggia sulla copertina di Turbulent Indigo. Le cose grandi, vedi van Gogh, arrivano quasi sempre sul ciglio degli errori. "Ho paura della mia stessa verità", dice facendo suoi gli interrogativi biblici di Giobbe e il dilemma platonico della Repubblica: Is Justice just ice? È solo ghiaccio la giustizia? Governata dall'avidità e dalla cupidigia? Una delle croci che mi porto è l'ipersensibilità, confessa, la capacità di soffrire in maniera spropositata, totalizzante, quando vedo una specie che scompare. Una tristezza spruzzata d'ironia come in Big Yellow Taxi, scritta a fine Sessanta alle Hawaii, dove già stavano asfaltando il paradiso per farne un parcheggio.

Ambientalista ante litteram ma mai addomesticata in alcun movimento, neppure in quello femminista, Joni Mitchell si è fatta portavoce della causa delle donne nei versi delle sue canzoni. Memorabile la poesia intitolata The Magdalene Laundries dove si mette nei panni di una ragazza madre dell'Irlanda cattolica, rinchiusa e vessata in uno di quei ricoveri gestiti da religiose (Lavanderie della peccatrice pentita). Ma nelle pagine di questo libro affonda il coltello anche nella storia dell'arte - una storia, come tutte, scritta quasi solo al maschile - smascherando l'inganno di Eduard Manet, il padre dell'impressionismo che rubò la primogenitura alla semidimenticata pittrice statunitense Mary Cassatt.

Ne racconta di aneddoti Joni, nelle quasi 400 pagine del libro. Con il piglio ironico di chi dalla vita ha avuto indietro un carico di soddisfazioni almeno pari ai dolori e alle frustrazioni. Racconta soprattutto le storie di quei personaggi che l'hanno attratta "come limatura di ferro a un magnete": Leonard Cohen e Beethoven, Mingus e la sua triplice personalità, Miles Davis e Bob Dylan, Billie Holiday e Edith Piaf, Jaco Pastorius e van Gogh, Yeats e Roshi, il maestro buddista di Cohen che un giorno s'invaghì di lei. Molta della mia musica è entrata nella cultura anche se per vie traverse, ammette l'artista nelle battute finali. E questa è forse la soddisfazione più grande.

Come sta Joni Mitchell dopo il ricovero in ospedale dell'anno scorso? Qualcuno sa dirci qualcosa? Prigionieri sulla giostra del tempo, giriamo in tondo aspettando il suo ritorno. Noi che non possiamo tornare indietro ma solo guardare e ascoltare, e sperare che nel frattempo abbia trovato il magico accordo per l'immortalità. O che quel suono abbia trovato lei.

Joni Mitchell (a cura di Malka Marom)
Both Sides
Big Sur
384 pp., 20 euro

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