Jhumpa Lahiri, 'La moglie'

La narrativa angloindiana si arricchisce di un delicato romanzo dove Oriente e Occidente si passano il testimone in un continuum di terra e acqua, boschi e città, pathos e filosofia, bianchi, neri e varianti del rosso. Da Calcutta al Rhode Island, perlustrando temi universali come il tempo e la giustizia, la famiglia e l'identità. Intimo ed epico, un capolavoro

La moglie, particolare della copertina

Michele Lauro

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Scrittrice di origini bengalesi, nata a Londra e residente a New York, premio Pulitzer all'esordio nel 2000 con L'interprete dei malanni , Jhumpa Lahiri ha un debole per l'Italia e per Roma, dove si è trasferita per terminare questo suo secondo romanzo uscito in anteprima proprio nel nostro paese: La moglie . Non a caso l'incipit è affidato a un verso di Giorgio Bassani (Lascia ch'io torni al mio paese sepolto / nell'erba come un mare caldo e pesante), inaudita visione del tempo come una marea. Sintesi di una storia che sboccia a una fusione perfetta di eleganza, forza morale, introspezione e poesia.

Ieri e domani. In bengali la parola Kal ha questo doppio significato cui si lega l'eterno ritorno che il destino impone al flusso delle generazioni. Su un imprevedibile movimento circolare da Calcutta al Rhode Island, alla California e ritorno, Jhumpa Lahiri fissa il tempo interiore della famiglia Mitra - genitori, fratelli, mogli, figli dei figli - nell'arco di mezzo secolo e quasi quattro generazioni, perlustrando temi universali come il tempo, la famiglia e l'identità. Il tempo storico inquadra invece in un fermo immagine la rivoluzione delle campagne durante il Sessantotto indiano. Vicende dalla scarsa eco internazionale ma capaci di segnare profondamente, fino a oggi, la politica e la storia dello stato del Bengala.

Il deus ex machina del romanzo, il giovane studente Udayan, aderisce alla lotta dei maoisti naxaliti (così ribattezzatisi dal villaggio di Naxalbari dove era stata repressa nel sangue una protesta contadina) spinto da una sincera propensione verso il cambiamento sociale. Ben presto, cifra inalienabile dalle rivoluzioni perfino nella terra di Gandhi, idealismo e violenza mischiano i propri fini sull'altare del partito e Udayan è il primo personaggio del romanzo ad assumere una doppia identità, lasciando in eredità alla famiglia le conseguenze della propria ingombrante uscita di scena.

La versione italiana del romanzo pone nel titolo l'accento su Gauri, protagonista femminile ed enigmatica intellettuale in fuga dal destino. Figura scomoda per la sua incapacità di sostare nei ruoli femminili codificati (moglie, vedova, madre). Senza biasimo e senza giudizio ma anzi con delicatezza e forse addirittura con una certa empatia, Lahiri sviscera la psicologia di una donna scissa fra corpo, cuore e cervello, che sceglie di sopravvivere al trauma e alla colpa consegnandosi al potere della mente e al biasimo della famiglia, in una metamorfosi perpetua.

Più ricco di sfumature e coerente con l'ampio svolgersi della storia, il titolo originale The Lowland (la pianura) designa la piana indogangetica che il monsone ogni anno allaga, portando con sé la morte e la vita. Ma anche la palude davanti a casa Mitra, teatro del tragico omicidio di Udayan. E forse la palude amniotica da cui veniamo al mondo con un atto di violenza. Sicuramente è il luogo simbolico degli affetti, dove al fuoco lento di lunghi flashback e penetranti sinestesie Jhumpa Lahiri compie una delicata operazione maieutica sottraendo all'oblio la forza bruta della verità.

La trama del romanzo è al tempo stesso semplice e ramificata come un delta fluviale. Come che sia, lascia smarriti di fronte al tempo che fugge e al senso che sfugge. La maggior parte dei nostri errori sono determinati dalla cecità dell'insieme, e i grandi eventi della vita così mischiati ai piccoli da non saperli più distinguere. Ci pare di agire consapevolmente ma l'istante appena trascorso è già gravido di conseguenze per qualcun altro. Invischiati nel senso di colpa, siamo complici di un delitto che forse avremmo potuto commettere. Oppure agiamo in modo giusto e, insieme, sbagliato. Inconsapevolmente legati alle nostre riminiscenze, del passato non ci resta che una memoria labile e imperfetta oltre a un senso di ripetizione più o meno vago perché, come diceva Sant'Agostino, la memoria non coincide con il ricordo consapevole.  

In questi e altri grovigli La moglie getta le reti con una prosa limpida e immagini ad alto impatto emotivo. La violenza che genera violenza, la separazione, la famiglia tradizionale e le sue alternative, lo straniamento e lo smarrimento della vita da emigrati, già fulcro del precedente romanzo L'omonimo da cui Mira Nair trasse il film Il destino nel nome. Dalle Upanishad a Schopenhauer, il raccolto narrativo è davvero abbondante e prezioso, intimo ed epico, e ha portato in dote a Jhumpa Lahiri l'ingresso tra i finalisti del Man Booker Prize 2013.

Jhumpa Lahiri
La moglie
Guanda
425 pp., 18 euro

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