Jérôme Ferrari: "Credo nella filosofia e nei bar, inizio e fine di tutto"

Vincitore del più importante premio letterario francese, con un libro che mischia sant'Agostino a noir e violenza, qui spiega: "Una crisi può essere la fine di un mondo, non del mondo"

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Maddalena Bonaccorso

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"Nessuna cosa dell’uomo è fatta per durare". Jérôme Ferrari risponde così, citando sant’Agostino, a chi gli augura di replicare in Italia il successo ottenuto oltralpe con il suo romanzo Il sermone sulla caduta di Roma , che narra la storia, lunga tre generazioni, di una famiglia originaria della Corsica: mix di filosofia e noir, violenza e riscatto, il libro si è aggiudicato il più importante premio letterario francese, il Goncourt 2012.

Classe 1968, corso di nascita ma apolide di fatto, insegnante di filosofia ad Abu Dhabi, Ferrari crede nell’eternità e nel fallimento, nell’apocalisse del pensiero e nella continua rivalsa dello stesso. Ma, soprattutto, crede nei bar, "microcosmi ideali, dove tutto inizia e tutto finisce, dove l’infinita varietà umana si condensa e si confronta". Sarà per questo che i bar sono protagonisti di quattro dei suoi sette romanzi, compreso quest’ultimo, e che Ferrari non ha paura di mischiare i linguaggi e le idee. "Le persone" continua l’autore "hanno bisogno di sapere leggere ogni caducità. E nei bar, luoghi che richiamano fortemente le idee cristiane di peccato e redenzione, si può. Si fidi, li conosco bene".

Conosce bene anche la molteplicità dei livelli di scrittura (innumerevoli le suggestioni filosofiche nei suoi scritti, da Gottfried W. Leibniz a Baruch Spinoza, a Immanuel Kant) e la duplicità, di tempo e di spazio, essendo cresciuto in bilico tra la Corsica e Parigi, e poi il mondo.

"Questo modo di vivere" sorride Ferrari "mi ha reso adattabile e amante di tutto ciò che è laterale. La periferia dell’impero è parte di me. Il paese dei miei genitori, Fozzano, è Corsica estrema: io lo amo molto. Parigi invece non mi piaceva. Ma questa vita fra due mondi mi ha reso come sono e mi ha permesso di adattarmi a tutto, all’Algeria come ad Abu Dhabi. Quindi va bene, meglio essere duplici, forse". Così com’è meglio pensare a sant’Agostino, mentre si scrive un noir; al punto da andare a cercare l’ispirazione a Ippona e titolare ogni capitolo ispirandosi ai Sermoni.

"Sembra a tutti strano che in questo libro Sant’Agostino sia così presente. Ma non è un caso. Lui è consustanziale alla nascita del romanzo. Volevo mostrare la molteplicità di mondi differenti, ma tutti soggetti alla legge agostiniana del nascere, crescere e morire. Noi ci sentiamo disperati, ma dovremmo sapere che è questa la vita. Una crisi può essere la fine di un mondo, non del mondo". Tutti i suoi personaggi cercano il proprio posto, sulla terra. Ferrari no, non l’ha mai cercato. Il suo posto è ovunque.

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