Jennifer Egan, 'La fortezza' - La recensione

Avventure e iniziazioni nel labirinto senza wi-fi. Il realismo magico postmoderno della scrittrice più influente e "contemporanea" della sua generazione

La fortezza

La fortezza, particolare della copertina

Michele Lauro

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Ogni volta che leggo un libro di Jennifer Egan mi capita di passare molto rapidamente dal disorientamento all'euforia. È accaduto puntualmente anche con La fortezza (The keep, 2006), finalmente tradotto da Martina Testa per Minimum Fax, l'editore che sta accompagnando i lettori italiani alla scoperta a ritroso dell'opera della scrittrice americana premio Pulitzer 2011 con Il tempo è un bastardo.

Il disorientamento ha a che fare con i piani inclinati sui quali Egan costruisce le sue trame. La fortezza comincia mettendo sul piatto gli ingredienti di una gothic novel: Danny, un hipster newyorkese iperconnesso, giunge in un castello medievale da qualche parte fra Austria, Germania e Repubblica Ceca, chiamato dal cugino che non vede da anni dopo una torbida vicenda adolescenziale. Le sue avventure iniziatiche si alternano con le storie di Ray, detenuto in un carcere di massima sicurezza, e di Holly, ex tossica che insegna scrittura creativa a Ray e ai suoi compagni di cella.

L'euforia arriva quando un dettaglio seminato nella trama svela improvvisamente la diabolica architettura del romanzo, fatta di porte girevoli che introducono ai vari livelli narrativi. È come osservare un disegno di Escher: il cervello si lascia sedurre dalla rappresentazione per il suo convincente realismo e l'indubbia bellezza, pur sapendo benissimo che si tratta di un'illusione. "Penso che i libri debbano essere complessi", ha dichiarato la scrittrice. "Mi piace mettere in scena situazioni in cui le cose accadono simultaneamente, costruire una texture narrativa ricca e piena di implicazioni".

Nella Fortezza i generi del romanzo sono friabili come le categorie della realtà, pronti entrambi a mutare di segno a seconda del punto di vista del narratore. Ma qual è il narratore? Egan aggiorna il vecchio (manzoniano) trucco del manoscritto ritrovato raccontando anche il dietro le quinte, cioè il "farsi" di quel manoscritto. Nella sala degli specchi abbiamo la storia di Danny (genere ghost story), la storia di Ray che sta scrivendo la storia di Danny (genere prison movie di evasione) e la storia di Holly che ha stimolato Ray a scrivere la storia di Danny e ne è la destinataria finale (genere biografico-sentimentale).

Il prisma narrativo rifrange motivi esistenziali ricorrenti nella poetica di Jennifer Egan: identità, dipendenza, immaginazione, potere, coercizione, fuga. La metafora del castello per rappresentare le gabbie mentali che ci imprigionano è un topos antico riconvertito ai mostri della contemporaneità. Uno dei quali, la dipendenza dal mondo delle relazioni virtuali di cui soffre Danny, era già stato sviscerato dalla scrittrice in Guardami, romanzo che come La fortezza anticipò nei primi anni Zero la deriva degli information addicted: il rimpiazzo dell'identità con l'immagine.

Centrale è il tema del potere, l'ossessione per il possesso delle informazioni come fonte di potere e per le relazioni di potere tra le persone. Danny aveva un radar nel cervello, una dote invisibile che gli permetteva di sentire a pelle in qualsiasi contesto non solo se c'era campo ma anche con che tono la gente voleva che le si rivolgesse, ovvero chi avesse la supremazia. Prima del crollo della finanza internazionale, prima dell'avanzata dei social network come selezionatori di rapporti umani, Egan smascherò la grande illusione dei nostri tempi: che la prossimità col potere significhi "avere potere".

La fortezza è un contenitore di idee brillanti, un workshop di scrittura creativa che ha genialmente frullato Lewis Carroll e Marcel Proust, David Foster Wallace e Edgar Allan Poe. Per esempio insegna a descrivere la densità del silenzio e il suono dell'assenza di suono, il verme della paura e la visione dell'infelicità allo stato puro, il flash della vita che avremmo potuto vivere e la sensazione che si prova a vedere un posto dopo averlo immaginato e trovarlo perfettamente all'altezza delle aspettative. Fra gli elenchi più bizzarri c'è quello di odori cattivi sprigionati da una piscina marcescente, fra i dialoghi più surreali quello che dimostra l'impossibilità di sfuggire agli avverbi.

Mentre la narrazione procede a scombinare i rapporti di forza tra realtà e sogno, liberando le personalità-ombra dei protagonisti dai fantasmi in cui si erano incarnate, la metanarrazione restituisce alle "porte della nostra mente" l'unico potere in grado di rompere le gabbie dell'isolamento e perfino guarire dalla dipendenza, da ogni dipendenza: l'immaginazione. Eccola, l'euforia.

Jennifer Egan
La fortezza
Minimum Fax
304 pp., 18 euro

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