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Je suis Charlie? La satira riflette (e ride) su se stessa in un pamphlet

Da Vergassola a Staino, riflessioni sul "dopo Charlie Hebdo". Perché la satira non è eroica, è "stupida e cattiva". E non si uccidono gli stupidi

Je suis Charlie?

Simona Santoni

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7 gennaio 2015, a Parigi ha luogo il più grave attentato terroristico avvenuto in Francia dal 1961. Uomini con kalashnikov attaccano la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, reo di aver pubblicato vignette caustiche su Maometto. Alla fine, tra i venti morti, ci sono il direttore Stéphane Charbonnier, detto Charb, e diversi collaboratori storici del periodico: Cabu,Tignous, Georges Wolinski, Honoré.

Si è trattato di un attentato anche a un diritto, come quello della libertà di espressione, che si riteneva ormai acquisito da tempo. O forse no? La satira ha un limite e uno scopo? Esiste ancora in Italia? A questi e ad altri interrogativi cerca di rispondere Je suis Charlie? - La satira riflette su se stessa (ma le viene da ridere), pamphlet che riunisce riflessioni di alcune delle massime espressioni della satira e del libero pensiero italiane, da Dario Vergassola a Moni Ovadia, da David Riondino a StainoMarco Carena, Rita Pelusio, gli SkiantosPietro Sparacino, Cochi Ponzoni, Max Pisu... Nel suo intervento "Io sono Charlot" il comico e musicista Alessandro Patucco scrive: "A Parigi, se qualcosa è stata definitivamente confutata, è la leggenda per la quale ferisce più la penna della spada".

Dal 18 febbraio in libreria, in Je suis Charlie? si rincorrono saggi, poesie, ricordi, monologhi, racconti sul mestiere di far ridere, sulla libertà di pensiero, sulla censura e sulla libertà. La storia della satira è ormai ineluttabilmente segnata da un "prima" e un "dopo" Charlie. Pensatori, comici e artisti hanno risposto all'appello di Sagoma Editore offrendo il loro contributo per raccogliere fondi per le famiglie delle vittime della strage di Charlie Hebdo (sarà infatti devoluta a loro parte dei proventi della vendita). Nessuno di chi ha aderito, però, ha voluto rinunciare all'aspetto più saliente della propria natura: la capacità e la voglia di far ridere.

Così scrive in Je suis Charlie? il giornalista Andrea Aloi, co-fondatore del settimanale satirico Cuore: "Cari amici americani, sarebbe d'aiuto, nel frattempo, non eleggere l'ennesimo Bush e non organizzare un'altra guerra, grazie. Non è meglio un bel bombardamento con i CD di Otis Redding e i paginoni centrali di Playboy?".

Il comico attore Filippo Giardina impartisce la sua lezione di satira: "La satira è il mestiere romantico del far ridere seminando un dubbio. Sborrare in faccia a un qualsiasi dio è un atto d'amore nei confronti dell'essere umano".

Je suis Charlie? vuole onorare i caduti di Charlie, ma non trasformarli in martiri. "Ora a questa tragedia (parlo del massacro a Charlie Hebdo, non di Benigni su RaiUno) seguirà il delirio della retorica, da quella xenofoba a quella martirizzante", disserta lo stand-up comedian Saverio Raimondo. "Delle due, la seconda è la peggiore: fare di autori satirici degli eroi in quanto vittime di atrocità sarebbe un attentato alla libertà di satira quasi più orrendo di un kalashnikov. La satira non è eroica, anche quando è 'coraggiosa' come quella di Charlie Hebdo; la satira è, molto più semplicemente, 'stupida e cattiva', come si definirono gli stessi Charlie Hebdo ai loro esordi. Punto. Charb, Cabu, Tignous e Wolinski erano degli stupidi. E non si uccidono gli stupidi: è stupido".

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Je suis Charlie?
Autore: AA.VV.
Sagoma Editore
128 pagine, 9,50 euro

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