"Inside WikiLeaks", il commento di Daniel Domscheit-Berg in esclusiva

In occasione dell'uscita del film Il quinto potere, il portavoce di Julian Assange parla dell'impatto che il suo libro-verità ha avuto nella sua vita

Inside WikiLeaks, particolare della copertina (Marsilio Editore)

Simona Santoni

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Film d'apertura del Festival di Toronto, il 24 ottobre uscirà nelle sale italiane Il quinto potere (titolo originale The Fifth Estate), la storia di Julian Assange, della sua relazione col suo portavoce in Germania Daniel Domscheit-Berg e di WikiLeaks, il controverso sito che ha spalancato le porte dei segreti di stato americani.

Nei panni di Assange troveremo Benedict Cumberbatch, plumbeo e supremo cattivo in Star Trek: Into darkness, in quelli di Domscheit-Berg c'è Daniel Brühl, il Niki Lauda di Rush.

Prodotto dalla Dreamworks, il lungometraggio di Bill Condon ha usato come fonti principali i libri Inside WikiLeaks del tedesco Daniel Domscheit-Berg, ex membro di primo piano dell'organizzazione, da lui lasciata per contrasti con l'attivista australiano, e Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato dei giornalisti inglesi David Leigh e Luke Harding.

Pubblicato nel 2011 in Italia da Marsilio Editore, il volume Inside WikiLeaks in occasione dell'uscita del film si arricchisce nell'edizione tedesca di una post-fazione scritta da Domscheit-Berg. Panorama.it ve la presenta qui in esclusiva.

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Inside WikiLeaks, Postfazione in occasione dell'uscita del film

Dopo l’uscita di Inside WikiLeaks nella mia vita ci sono naturalmente stati dei momenti in cui mi sono domandato se raccontare questa storia fosse stata la decisione giusta. È una cosa che mi sono chiesto spesso. Se avessi voluto semplicemente vivere in santa pace, avrei di sicuro fatto meglio a non scriverlo. Ma l’ho fatto per due motivi, che valgono oggi come allora. Uno è di natura personale: avevo bisogno di sfogarmi parlando di quella parte della mia vita. L’altro è legato al fatto che in generale ritengo importante dare il mio contributo alla verità, specialmente quando riguarda eventi da cui si possono trarre insegnamenti per il futuro e che possono aiutare a comprendere meglio tanto il passato quanto il presente.
Non è strano che ci siano persone che hanno un punto di vista differente dal mio, soprattutto persone che non erano in alcun modo direttamente coinvolte e che per qualche ragione non accettano che io abbia espresso pubblicamente il mio punto di vista.
Nella mia personale classifica dei momenti peggiori c’è sicuramente il Campo del Chaos Computer Club dell’agosto 2011 a Finowurt; si tratta di una conferenza che si tiene con cadenza quadriennale in un vecchio aeroporto militare convertito in gigantesco campeggio, a cui partecipano duemila hacker da tutto il mondo.
Noi eravamo lì per presentare la prima versione Beta di OpenLeaks. Avevamo già alle spalle molte notti insonni, accese discussioni e casse intere di Club Mate. C’erano ancora un’infinità di punti aperti da risolvere, ma i nostri media partner erano ai blocchi di partenza e la cosiddetta implementazione di riferimento era pronta per un primo stress test. Non è insolito che al Campo vengano presentati nuovi progetti e che si chieda agli hacker presenti di esaminare con attenzione il software, in cerca di eventuali falle nella sicurezza e per avere dei feedback. In fin dei conti dove altro è possibile trovare così tanti talenti riuniti in un posto solo?
Evidentemente avevamo sottovalutato il fatto che non tutti erano bendisposti nei nostri confronti. Nel Club stesso c’erano opinioni molto diverse su WikiLeaks e sulla nostra fuoriuscita, ne eravamo perfettamente consapevoli. Qualcuno poi criticava il fatto che al Campo avessimo cercato di sfruttare il CCC, come se fosse una specie di ente di certificazione della qualità.
Non so proprio cosa glielo avesse fatto pensare. Ci fu un po’ di casino sui media e io venni cacciato dal Club. Con tanto di lettera su carta intestata, consegnata in mezzo alle tende una notte alle tre e mezzo, mentre il Campo si trovava da ore in modalità relax.
Ancora oggi trovo inesplicabile che si sia arrivati a quell’azione clandestina. Qualcuno avrebbe potuto semplicemente dirci qualcosa, prima di creare un precedente storico all’interno del Club, cacciando un membro senza neppure ascoltare il suo punto di vista. Erano in molti all’interno del Club a pensarla allo stesso modo, quindi in seguito venne convocata un’assemblea straordinaria dei soci. Io sono stato riammesso nel CCC e chi aveva promosso quell’azione oggi non è più nel consiglio direttivo.
In ogni caso gli attacchi personali, in particolare quelli sui media e nei commenti in rete, non sono stati affatto piacevoli. Perciò ho deciso di dare meno importanza a ciò che si scrive o si dice di me e soprattutto di occuparmi meno di quel genere di cose. Ci sarebbero voluti un tempo e un’energia infiniti per fare piazza pulita di tutti quei continui malintesi e falsità.“The winning move is not to play”, per dirlo con le parole di WOPR, il super-computer del Pentagono nel film WarGames.
Parte delle accuse erano così assurde da lasciarmi spesso senza parole. Voglio dire, come fai a dimostrare che non lavori per la polizia, la CIA o l’FBI? È difficile che io riesca a farmi rilasciare un documento in cui si attesta che non sono sul loro libro paga. Sono stato addirittura da un notaio per depositare una dichiarazione giurata. (Il che si è rivelato un semplice spreco di denaro ed è stato il più inutile di tutti i miei tentativi di convincere della mia buona fede chi mi attaccava.)
Essere continuamente accusati da un gruppo di persone di aver cooperato con dei poteri occulti è una sensazione molto strana. Nel giro di poco tempo non ti viene più in mente nulla di tutto ciò che potresti controbattere. In un mailing che da allora viene costantemente citato, Julian non solo accusa me di contatti con l’FBI, ma sostiene addirittura che mia moglie collabori con la CIA. Avrebbe anche sentito dire che al nostro matrimonio ci sarebbe stata la fidanzata di un agente del Mossad. Si potrebbe pensare che le accuse di appartenenza a quattro o cinque servizi segreti siano così assurde, da risultare incredibili per chiunque. Ma ancora oggi Anke e io continuiamo a doverci confrontare con quelle voci diffamanti.
Poche settimane fa, quando si è saputo che uno dei migliori amici “pro tempore” di Julian è stato un informatore dell’FBI, mi è quasi venuto da ridere. Persino il Sedicenne, come l’abbiamo chiamato nel libro e su  cui ci sono state così tante polemiche, è stato una spia di quart’ordine dell’FBI, assoldato per cinquemila dollari e per un certo periodo scelto da Julian come persona più importante della chat. Piccola ironia della sorte: il film della Dreamworks inizia proprio con la scena in cui Julian è in auto con quel super-agente. In quel momento io lo chiamo sul cellulare e Julian dice al Sedicenne: “Riattaccagli in faccia!”
Persino da questa storia si può imparare qualcosa: chi sa dire di chi ci si può davvero fidare? Cosa sarebbe successo se Julian si fosse semplicemente deciso a fidarsi di noi? Sarebbe stata una possibilità per garantire un futuro a WL e per giunta ci saremmo risparmiati un sacco di arrabbiature.
A proposito di arrabbiature. Non c’è mai stato un contenzioso legale tra Julian e me, tanto meno un processo, anche se è quello che si continua a dire e sicuramente si scriverà ancora tra dieci anni. Ho conservato qualche lettera che ha fatto corrugare la fronte per l’irritazione al mio avvocato. Il quale a un certo punto mi ha preso in disparte e mi ha detto:
“Mi chiedo se non si tratti di un fake.”
“Ah, sì? Come mai?”
“È che proprio non riesco a immaginare come un avvocato abilitato all’esercizio della professione possa aver scritto una roba del genere.”
Tutte le minacce di querela non hanno mai avuto seguito. Il verdetto di un’eventuale causa era scritto a priori e sarebbe stato sfavorevole per la controparte. Dunque quelli erano solo dei tentativi di spaventarmi, ma io non mi lascio intimidire facilmente.
Nel frattempo Julian deve aver capito che in questo libro non ho assolutamente scritto tutto ciò che ci sarebbe stato da dire. È una decisione che ho preso per diversi motivi e che tuttora considero corretta.
Siamo addirittura stati accusati di voler fare concorrenza a WikiLeaks. Si tratta di una sciocchezza, come l’accusa di aver cercato di volerci arricchire con OpenLeaks. Vogliamo essere indipendenti da qualsiasi finanziatore e preferiamo procedere lentamente e investire nel progetto tempo e soprattutto soldi nostri.
Tutto quel frastuono mediatico e quelle dicerie mi hanno così snervato, che a un certo punto ho staccato la spina. Mi scuso di essermi sottratto al dibattito pubblico. Ma non sono né un’istituzione, né un rappresentante eletto dal popolo e ho bisogno del mio tempo per i progetti che ritengo sensati e importanti. Ho la sensazione di aver scelto la strategia giusta. Pian piano, sembra che l’opinione di tizio o caio su questa faccenda inizi a cambiare. In ogni caso noi andremo avanti senza clamore con il progetto OpenLeaks. Ma nel frattempo mi occupo anche di altri progetti, tra cui lo sviluppo di IPredator.se, un VPN provider svedese che consente di navigare in rete in forma anonima. Ciò non solo rende un po’ più complicato il controllo da parte dei servizi segreti, ma è anche un’opzione percorribile per aggirare la normativa sulla responsabilità civile e penale di chi offre un accesso wi-fi aperto, qualora chi lo utilizza effettui dei download illegali. Si tratta di un piccolo passo verso l’autodifesa digitale.
La vicenda Datagate ha dimostrato quanto sia limitata la riservatezza delle nostre comunicazioni in rete. Edward Snowden, con le sue rivelazioni e la collaborazione del “Washington Post” e del “Guardian”, ha fatto conoscere all’opinione pubblica l’inaudita sorveglianza di massa cui sono sottoposti milioni di persone. Il suo caso dimostra che l’idea di sanzionare come tradimento la rivelazione di informazioni riservate non è affatto morta. Nemmeno il trattamento vergognoso e indegno di uno Stato di diritto cui è stato assoggettato Bradley Manning, è bastato a scoraggiare altri dal seguire le sue orme. Snowden però ha anche imparato alcune cose da Manning. È stato più attento a come e cosa rivelare e a come evitare l’arresto. Dal caso di Bradley Manning ha appreso che non può aspettarsi un processo equo. Oggi è accusato di numerosi episodi di spionaggio; se per ogni singolo capo d’accusa venisse dichiarato colpevole e condannato al massimo della pena, rischierebbe più di 130 anni di carcere.
La vicenda di Edward Snowden mostra che continuano a esserci persone che agiscono in ogni caso secondo coscienza, qualunque sia il rischio personale che corrono. Dobbiamo rallegrarci, perché spesso queste persone costituiscono l’estremo correttivo a dei comportamenti anomali, che, come nel caso Datagate, rappresentano un rischio per la democrazia.
Dobbiamo mostrare il nostro apprezzamento per questo coraggio modificando la società, così da rettificare quei comportamenti anomali e renderli impossibili in futuro. Per fare questo è necessario esercitare una massiccia pressione sulla politica e sui governi, che hanno ben poco interesse a promuovere questo genere di cambiamento.
Ma dobbiamo anche lottare tutti insieme perché a livello tedesco ed europeo sia legalmente sancita la tutela di chi svela quel genere di segreti. Proprio nel giugno 2013 la coalizione che governa la Germania ha respinto diverse proposte di legge in tal senso. Ciò è coerente con il rifiuto opposto dalle autorità tedesche alla domanda di asilo di Edward Snowden, il quale ora si trova a dipendere dalla benevolenza di un personaggio come Vladimir Putin, in un Paese meno democratico quale è la Russia.
Noi tedeschi avremmo dovuto accogliere Edward Snowden in Germania e proteggerlo come un testimone chiave, perché ho la sensazione che in un questo momento ci sia ancora una piccola finestra temporale in cui avremmo la possibilità di difendere la libertà nella nostra società e sottrarla dalle grinfie di uno Stato di polizia. Io e parecchia altra gente lottiamo da anni per questo, ma ora c’è la possibilità che molte più persone comprendano il problema e le sue pericolose conseguenze. Finalmente non siamo più considerati dei paranoici, grazie a Snowden è provato nero su bianco che siamo tutti sorvegliati da servizi segreti ormai fuori controllo.
Finora Edward Snowden si è mosso in maniera intelligente e accorta ed evidentemente ha trovato dei buoni partner nei media. Penso che chiunque riveli dei segreti di quel genere e si trovi ad affrontare un’istituzione come la National Security Agency, o un altro servizio segreto di così alto livello e con gli stessi mezzi a disposizione, farebbe bene a seguire la strategia di Snowden. Anche se è necessario aspettare, per vedere se i media, messi sotto pressione, riescono a mantenersi fermi sulle proprie posizioni. Recentemente il “Guardian”, su richiesta dei servizi britannici, ha dovuto distruggere i primi hard disk con i file relativi al caso Snowden. Un’ulteriore dimostrazione del fatto che oggi e in futuro, per riuscire a contrastare quelle pressioni, siano necessarie delle forti coalizioni.
È anche possibile ideare delle infrastrutture tecniche intelligenti. A seconda del tipo e dell’entità delle informazioni, ci sono comunque dei limiti nella tutela delle fonti in rete. In questo senso, secondo me, è senz’altro meglio avere le spalle coperte da grandi gruppi editoriali e disporre di interlocutori che fungano da garanti e che anche da un punto di vista legale siano in una botte di ferro.
Personalmente, vedo le piattaforme tecniche come WL, OL e altre, innanzitutto come complementari rispetto ai canali tradizionali. Tali piattaforme forniscono una nuova via a tutti coloro che vogliono divulgare notizie relative a comportamenti illegali, inclusi quelli – e sono la stragrande maggioranza – che desiderano farlo, ma non possono o non vogliono affrontare la NSA o un apparato di sorveglianza analogo.
Anch’io ho cercato nuove vie, quando con Anke e Jacob ho voltato le spalle alla baraonda di Berlino-Mitte e mi sono trasferito insieme a loro in campagna. Non ho più un telefono cellulare, vivo di giorno anziché di notte e, oltre che del mio lavoro, mi occupo di cose molto legate alla terra, come la coltivazione di ortaggi e il compostaggio dei rifiuti.
Avevo davvero messo parecchia distanza tra me e tutta questa storia, quando alla fine del 2012 quelli della Dreamworks si sono messi in contatto con me. Per la precisione era la seconda volta che lo facevano: in precedenza infatti si erano già assicurati i diritti di vari libri per un film su WikiLeaks. Tra quei libri c’era anche il mio. Lo sceneggiatore Josh Singer è venuto a Berlino, per fare delle ricerche e per parlare con me. Mi ha fatto un’infinità di domande su tutti i dettagli possibili, è andato a vedere i vari luoghi, per trarne ispirazione.
Nel film, Julian è interpretato da Benedict Cumberbatch, che per l’occasione ha imparato a parlare con un perfetto accento australiano. Ero affascinato da come è riuscito a calarsi nel ruolo. Poi, durante le riprese a Berlino, quando quel Julian “di una volta”, un tipo dinoccolato, con i capelli lunghi e la camicia bianca, è entrato nel mio campo visivo, per un attimo sono rimasto di stucco. All’improvviso tutto era di nuovo lì, presente, tanto più che ci trovavamo nel BCC di Berlino, il luogo dove si erano tenuti i congressi del CCC nel 2008 e 2009, un set cinematografico assolutamente autentico. Era una sensazione davvero curiosa.
Avevo dato a Josh tutte le spiegazioni del caso, ma non sono riuscito a ottenere il diritto a dare indicazioni vincolanti sul film. La sceneggiatura mi è stata spedita circa dieci giorni prima dell’inizio delle riprese e ho inviato i miei commenti. Tuttavia non ho potuto impedire che mia moglie Anke diventasse una ventenne bionda che cucina per me e sta sempre ad aspettarmi accanto al focolare, anziché discutere con me di trasparenza nella politica. È pur vero che quel cliché è stato confezionato come si deve. Le riviste femminili a colori da sfogliare in attesa del marito sono state sostituite da un laptop. La lista delle cose che andrebbero cambiate nel film è sicuramente lunga. Per esempio è quasi ridicolo che tra noi comunichiamo con un telefono criptato, ma poi alcune conversazioni importanti avvengano su Skype. Il fatto che io venga descritto come solitario e violento distruttore di WikiLeaks invece non mi fa affatto ridere. Posso solo sperare che grazie ai commenti critici di molte delle persone coinvolte, gli errori più grossolani vengano eliminati, prima che la versione definitiva del film arrivi nei cinema.

Naturalmente si tratta di un film d’intrattenimento, non di un documentario, è pur sempre una produzione di Hollywood. Quindi gli spettatori si aspettano fuoco e fiamme, inseguimenti stradali e una storia mozzafiato. Io per primo me l’aspetterei. Pur riconoscendo tutta la buona volontà di raccontare la storia in maniera equilibrata e senza certezze preconfezionate, chi rivede un periodo della propria vita in un film prova una strana sensazione quando omissioni, semplificazioni ed esagerazioni fanno sì che ci si allontani dal piano della realtà.
Trovo invece positivo che nel film si parli di una serie di casi venuti a galla grazie a WikiLeaks e che emerga appieno il significato di quel sito. Ne sono felice, perché continuo a credere nella grandezza dell’idea originaria, un’idea destinata a durare e a diffondersi sempre di più in tutto il mondo.
Il potenziale delle vecchie rivelazioni è ben lungi dall’essere stato indagato a fondo, anche se oggi se ne parla meno. Gli studiosi stanno avviando solo ora i primi progetti di ricerca. Inoltre, per quelle rivelazioni vale lo stesso discorso fatto per le rivelazioni di Edward Snowden e per quelle sui paradisi fiscali: spesso si tratta di accuse che erano già nell’aria, ma finalmente ora ci sono delle prove convincenti. E questo cambia tutto. Lo si è scritto spesso anche a proposito della Primavera Araba: che si trattasse di regimi corrotti e senza scrupoli, le popolazioni arabe lo sapevano già. All’improvviso però è stato possibile provare quelle accuse. Una cosa del genere conferisce alla rabbia latente la sostanza necessaria per diventare una resistenza attiva.
Nel frattempo, ho iniziato anche a impegnarmi politicamente. Insieme a mia moglie, mi sono iscritto al Partito Pirata, un movimento politico ancora giovane ma già diffuso a livello globale, che si occupa principalmente del futuro della società digitale e che, accanto a molte altre questioni critiche, ha sposato la causa della difesa di chi fa “soffiate” riguardo a questioni scottanti e quella della lotta contro un nuovo Stato di polizia e per un controllo più efficace dell’operato del governo. Insomma, io continuo a combattere per la mia causa, sui fronti più diversi.

Daniel Domscheit-Berg, agosto 2013

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