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Il volo di Volodja, ultimo eroe del ventrale

La tormentata biografia di Vladimir Jascenko, che nel 1978 elettrizzò Milano portando il record del salto in alto a 2,35 m

jascenko

Paolo Corio

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Il 12 marzo 1978 era per Milano una domenica di derby, ma arrivati davanti a San Siro non tutti i tifosi si infilarono nello stadio per assistere a quello che sarebbe stato uno scialbo 0-0. Molti altri virarono verso il Palazzone dello Sport, quello che sarebbe caduto sotto l'ormai mitica nevicata del 1985, senza ancora sapere che sarebbero stati testimoni di un evento storico. Erano in corso i Campionati europei indoor di atletica leggera e quello era il giorno non solo di Pietro Mennea e di Sara Simeoni, ma anche di Vladimir Jascenko, il russo che solo pochi mesi prima (il 2 giugno 1977) aveva stabilito il nuovo primato del mondo di salto in alto superando l'asticella posta a 2,33 metri nel semi-deserto stadio dell'Università americana di Richmond.

Strano tipo, quel giovane non ancora ventenne: con quei lunghi capelli ricci non aveva proprio nulla del classico atleta di stampo sovietico. E, all'opposto, con quel suo salto ventrale al posto dell'allora innovativo stile fosbury non aveva nulla dell'atleta moderno a dispetto dell'immagine ribelle. Un enigma d'oltrecortina (rigorosamente di ferro), che all'inizio della gara di Milano gli spettatori fecero ancora più fatica a sciogliere: sì, perché "Volodja" (com'era chiamato dagli amici della natia città ucraina di Zaporoz'e) si schiantò subito contro l'ascella posta a 2,10 m dal suolo. Rimediò poi all'errore e, per riuscire a trovare la debita concentrazione, andò ad appartarsi sotto la curva parabolica della pista di ciclismo per una seduta di training autogeno così efficace da farlo cadere addormentato. Sonno da cui lo risvegliò un atleta austriaco quando ormai il suo nome lampeggiava sul tabellone e i giudici erano quasi alla fine del count-down. Risultato: anziché un ventrale, un frontale contro i ritti che reggevano l'asticella...

Ma poi le cose cambiarono e Jascenko arrivò a superare i 2,31 m che valevano già di per sé la medaglia d'oro, per poi replicare i 2,33 m del suo precedente primato all'aperto. Che non era però il vero traguardo, perché il pubblico del Palasport - preso ormai in simpatia quel bizzarro campione - iniziò a invocare la prova dei 2,35 m. E allora, come si può leggere ne "Il volo di Volodja" (Miraggi Edizioni, 15 euro), splendida e commovente biografia a firma di Giuseppe Ottomano e di Igor Timohin , che fu grande amico dell'atleta, "Volodja, rivolto alle tribune, contò platealmente una a una le dita della mano. Nel vortice dell'entusiasmo, l'introverso studente di educazione fisica di Zaporoz'e si stava trasformando in un istrione navigato. 'Five?' domandò in inglese al pubblico, accennando il verso di tendere l'orecchio. Un istante dopo un coro unanime e fragoroso gli rispose di sì".

Seguirono due errori e quindi, quando qualcuno già guadagnava gli scaloni per l'uscita, arrivò - magico - quel salto-record che rimase impresso nella memoria di chi c'era e di chi guardava in Tv l'improvvisata diretta Rai. Dieci centimetri meno dell'attuale record del 1993 ottenuto dal cubano Javier Sotomayor, ma l'ultimo ottenuto con lo stile ventrale da un campione destinato poi a una continua lotta con l'asticella della vita fino alla prematura scomparsa, avvenuta a soli 40 anni il 30 novembre 1999. Una gara destinata a svilupparsi non più verso l'alto, ma verso il basso di un'esistenza sempre più tormentata, che questo imperdibile libro di sport racconta senza omissioni. E senza che quell'immagine di Jascenko a Milano ne possa mai venire oscurata. Un tributo che fa seguito nel nostro Paese alla canzone dedicata nel 2008 a Jascenko dagli "Offlaga Disco Pax", il cui video potete vedere qui sotto e che poteva avere un solo titolo: "Ventrale".

"Il volo di Volodja", di Giuseppe Ottomano e Igor Timohin, Miraggi Edizioni (15 euro, pagg. 155).

Una canzone per Volodja

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