"Il portiere", l'outsider in campo

Se giochi in porta, è perché hai qualcosa di diverso da tutti gli altri. Come dimostrano le "vite di n°1" raccontate dall'inglese Jonathan Wilson

1931: il leggendario portiere della Spagna Ricardo Zamora durante un allenamento a Stamford Bridge prima di un match contro l'Inghilterra. – Credits: Getty Images.

Paolo Corio

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Nulla da eccepire sulla traduzione del titolo, ma quello originale - "The Outsider" - rende maggiormente lo spirito del lavoro di Jonathan Wilson, tra le migliori firme del giornalismo sportivo d'oltremanica: raccontare l'unicità (per antonomasia e per regolamento) della figura del portiere attraverso le vite di chi ha interpretato magistralmente quel ruolo dagli albori del calcio in poi.

Ecco allora che - incrociando costantemente gli aspetti tecnici e tattici a quelli culturali e sociali - il racconto parte dalle prime epiche figure di "goalkeeper" britannici (come l'obeso ma quasi insuperabile William "Fatty" Foulke) per passare alla leggenda di Lev Jašin (unico n°1 a vincere il Pallone d'Oro) e ai suoi eredi della "scuola russa", tornando quindi indietro negli annali per l'altra leggenda spagnola Ricardo Zamora, che quando nel 1930 passò dal Barcellona al Real Madrid "si vide costretto a tenere un discorso appena sceso dal treno".

Ricca, di personaggi come di aneddoti, è poi la sezione dedicata ai portieri sudamericani (come il colombiano Higuita, reso celebre dal "colpo dello Scorpione" e dalle sue frequentazioni con i narcos) e in particolare a quelli brasiliani, interpreti di un ruolo che un antico e per nulla "politically correct" adagio carioca voleva riservato "ai matti o ai froci". In realtà una maglia - quella con il numero 1 sulle spalle - destinata agli outsider del fantasioso calcio giocato a quelle latitudini, sempre in prima linea (quella di porta) per vivere carriere estreme, incarnate agli estremi opposti da Moacir Barbosa, condannato a vita dal (presunto) errore che al Maracanà consegnò il Mondiale del 1950 all'Uruguay, e dall'altrettanto mitico Gilmar, che invece alzò la Coppa Rimet nel 1958 e nel 1962.

Un continuo spostarsi da un palo all'altro, da un'epoca all'altra, da un paese all'altro (incluso il nostro, con Dino Zoff a firmare pure la prefazione all'edizione italiana) per dare il giusto riconoscimento ai migliori interpreti del più ingrato ma per molti versi affascinante dei ruoli. Con tante storie che rimarranno in mente anche dopo il 90°. Una ancora più incredibile delle altre?

Quella di John Thompson, formidabile portiere scozzese di inizio Novecento, che la madre non voleva passasse professionista dopo aver sognato che si sarebbe gravemente ferito durante una partita. Scovato comunque da un talent-scout dell'epoca in una squadra di un villaggio di campagna, il ragazzo fu convinto a firmare per il Celtic Glasgow, in cui esordì goffamente nel 1927 per diventare però poi in breve tempo un assoluto idolo dei tifosi grazie alle sue parate. 

Un'ascesa inarrestabile che si concluse il 5 settembre 1931, giorno in cui si scontrò in campo contro un attaccante dei Rangers proprio durante l'Old Firm, il sentitissimo derby di Glasgow: trasportato in ospedale, John Thompson spirò alle 21.25 della sera stessa per le conseguenze del terribile trauma cranico. Fu l'unica volta in cui le due tifoserie di Glasgow, da sempre acerrime rivali anche per motivi religiosi (cattolici quelli del Celtic, protestanti quelli dei Rangers), si ritrovarono unite nel dolore. Una vicenda da sceneggiatura hollywodiana. O, meglio, una vita da vero outsider.

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