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I Malavoglia di Calabria

Il nuovo romanzo dello scrittore Mimmo Gangemi è la vendemmia degli sventurati della terra.

Palizzi, formazioni argillose dette Calanchi, 60 km da Reggio di Calabria

Carmelo Caruso

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Mimmo Gangemi non lo ammetterà mai, ma quando ha iniziato a scrivere “Un’acre odore di aglio” (Bompiani, euro 17) voleva consegnare alla Calabria i suoi “Malavoglia” senza bestemmiare Giovanni Verga. Ci è riuscito. E non solo perché l’eco verista qui è troppo evidente tanto da prendere in prestito dallo scrittore catanese i nomi dei personaggi, Cola, Ntoni, Carmela, Peppe…, o l’esuberanza erotica di una suocera cinquantenne che ancora gronda sesso come quella lupa «che spolpava i figliuoli». Gangemi ha lavorato con la penna come si lavora la terra con la vanga, l’ha dissodata per piantarci tutta la mestizia dei poveri cristi che invocano la clemenza del cielo. La semina è stata buona.

Dai campi, Gangemi ha raccolto tutti i frutti del magistero realista: la campagna come perimetro di crudeltà, la famiglia come grembo tranquillo e sottomesso, la miseria come legge storica e immutabile. E poi c’è il tempo: replicato, spietato, castigatore. Il tempo del Sud, e di Gangemi, è un’altalena tra disgrazia e redenzione, è sviluppo negato dai capricci del secolo e dalla geografia. E dunque l’epica del “cafone” Cola, bracciante dal temperamento socialista, che sopporta i Borboni, la Grande Guerra e la malasorte, è l’album meridionale dei vinti per genetica, non i miserabili francesi che aspettano la sommossa salvatrice, ma i predestinati al lutto, alla sciagura come fatalità.

Nel romanzo di Gangemi tutti «muiono da fessi» come il patriarca Ntoni, stramazzato e «fradicio come una pannocchia», o come la fattucchiera Cosima che tenta di combattere la iattura con i filtri, di addomesticare gli spiriti con «gli ossicini da pecora» e che finisce mangiata dai vermi perché «intestardita a curarsi da sola, spalmando i suoi intrugli». Il trapasso, che nel mondo agreste rimane la sola molla del progresso, in questo racconto avviene con eguale intensità, ripiana le differenze di classe, si insinua uniforme con la sua «cofanata» e «tanfo» di spicchi d’aglio tanto nella stanza del generale prepotente «che pisciava dal balcone» per marcare il territorio, quanto nella bicocca di Cola sterminandogli prima il seme femmina e poi il seme maschio.

Qui tutto è guasto, anche la carne, i feti sono malformati dal diavolo, gli ulivi maledetti da una peste che, paradosso della sorte, li sta annientando pure oggi in tempi di chimica e non di stregoneria. E allora non leggetelo come fosse un romanzo, ma spremetelo come fosse una pietra, un prodigio tirato fuori da un pozzo. Il romanzo di Gangemi è la vendemmia degli sventurati della terra.


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