Hosseini: non abbatteranno i nostri aquiloni

Intervista allo scrittore che ha fatto conoscere l'Afghanistan con i suoi libri best-seller

Lo scrittore Khaled Hosseini (Credits: GettyImages)

Stefania Berbenni

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Ha due figli, Khaled Hosseini, e immancabilmente dedica loro ogni suo romanzo. Si chiamano Harris e Farah, 12 anni il ragazzino, 10 la bambina. Vivono a San Jose in California, bella villa, ogni comodità e un papà bestsellerista da 38 milioni di copie vendute nel mondo, traduzioni in 70 lingue. Sono americani fino al midollo, ma sotto la pelle hanno l’Afghanistan, perché lo scrittore se lo è sempre portato appresso nel suo migrare (Iran, Parigi, Stati Uniti), tanto dentro di sé da farne il protagonista dei suoi tre libri.

Hosseini è l’Afghanistan. L’ha fatto conoscere con Il cacciatore di aquiloni nel 2003, lo ha rimesso sotto i riflettori nel 2007 con Mille splendidi soli; quest’anno E l’eco rispose ha dominato le classifiche ovunque, 800 mila copie vendute solo in Italia. Fra le tante parole in suo possesso, Hosseini usa fragile per definire il suo paese d’origine; e quando gli si domanda se non c’è il rischio che la missione di pace, arrivata nel 2012 e in partenza nel 2014, lasci oltre a tante migliorie anche il consumismo, soprattutto nei ragazzini, strizza gli occhi, quasi un leggero tic, forse la paura di non vedere più volare aquiloni perché snobbati, surclassati dai videogiochi.

«Quando i miei figli brontolano per dover andare a scuola, ricordo loro quanto siano dei privilegiati. Gli spiego che in Afghanistan una ragazza può venire sfigurata solo perché desidera studiare, che una maestra può essere bruciata e una scuola distrutta. Però niente pessimismo, stiamo migliorando: prima del 2002, la scuola era territorio di 1 milione di ragazzi, tutti maschi, oggi è frequentata da 7 milioni, e le ragazzine sono il 35 per cento. In questi anni sono state costruite strade, sono arrivate l’elettricità e la tecnologia, è migliorata l’assistenza sanitaria e il mondo è entrato nelle nostre case con internet. Libertà, diritti… Ma la mia è terra antica, povera, complicata.

Fragile, come diceva prima.
Chi la guiderà dovrà stare molto attento, l’Afghanistan è da maneggiare con cura. Figura al 218° posto della classifica dei paesi più poveri, il motore del nostro pil è ancora la droga. Molto è cambiato e molto è rimasto immobile.

Lei aveva 11 anni quando lasciò Kabul. Che cosa provò?
Non ero mai stato in Europa, avrei visto Parigi. Ero felice ed eccitato anche perché pensavo fosse un allontanamento temporaneo dai miei amici e dai miei luoghi. Invece stavamo andando via per sempre (il padre diplomatico fu depredato di tutti i suoi beni e dovette fuggire con la famiglia, ndr). Dopo aver tanto letto e sognato, mi sono sentito piccolo, schiacciato da tutte quelle cose mai viste.

Nel 1980 si trasferì negli Stati Uniti. Aveva 15 anni: ricorda le prime emozioni?
Mi colpirono gli spazi enormi. E la tv, con tutti quei canali. Era come avere un esaurimento nervoso, perché eri sempre su una giostra che girava, girava… Vivevamo in periferia nella classica villetta da film americano, con il giardino davanti e tutto in ordine. Stavolta però ero lontano da Kabul per sempre. E io lo sapevo.

Scriveva fin da allora.
Mi piaceva sedermi e immaginare, mettere frasi sul foglio: l’importante era l’atto in sé, vedere la parola accadere. Buttavo via tutti i fogli, non era importante che qualcuno li leggesse. Se mi avessero chiesto cosa vuoi fare da grande, non avrei mai risposto: lo scrittore. Era improbabile, come dire cowboy o astronauta.

Invece ha smesso di fare il medico per eccesso di successo…
È andata proprio così, mi chiamavano per conferenze, festival. Il cacciatore di aquiloni volava. Smettere di fare il medico fu una liberazione, come vivere l’ultimo giorno di scuola: mi sono sentito di nuovo leggero, col tempo davanti.

In tutti i suoi romanzi ci sono bambini. Perché?
Mi sento a mio agio a scrivere con gli occhi dei bambini. Mi interessa soprattutto il momento in cui avviene l’erosione dell’innocenza. La terra di mezzo dove si prende coscienza che la realtà è fatta anche di problemi. Il parallelo con l’Afghanistan è facile: prima una visione nostalgica, poi l’ubriacatura di violenza e ora il bisogno di diventare adulti.

Qualcuno ha pensato che bastasse tagliare la barba agli uomini e togliere il chador alle donne per renderlo un paese democratico. Un’utopia?
Ci vuole tempo, molto tempo, ma i miglioramenti sono stati enormi.

Pare che si stiano di nuovo diffondendo i «bacha bazi», i bambini ballerini, i nostri femminielli, vestiti da donna, danzanti e per il piacere degli uomini. C’è una scena nel «Cacciatore di aquiloni»...
È un’antica usanza che sta di nuovo diffondendosi soprattutto in provincia. Stiamo parlando di un paese che non ha mai considerato donne e bambini degni di diritti. Ci vuole tempo.

Qual è la condizione dei bambini nel suo paese?
Odio ogni forma di narcisismo, ma qui mi devo citare. Nel Cacciatore dico: «In Afghanistan ci sono molti bambini e poca infanzia». Hanno molta paura, hanno visto cose atroci, alcuni mendicano, altri fungono da capifamiglia portando acqua nelle case tutto il giorno per dare i soldi alla madre. Ne vedi però tanti giocare nelle strade a pallone o andare al cinema, perché i bambini sono bambini ovunque.

Non teme che si passi dagli aquiloni ai videogiochi?
Il pericolo c’è, però anche vedere questi giovani collegati al mondo con i computer è bello: sono aperti, curiosi, impegnati nella società civile. Ascoltano musica, guardano film. Gli è cambiata la testa, ora i signori della guerra non sono più i miti dei giovani. È questa la vera conquista.

Dopo 27 anni di assenza nel 2003 è tornato a Kabul e ora fa visitecome inviato dell’Alto commissariato dell’Onu. Cosa prova?
Lo shock è quando ritorno a casa in America: non posso non pensare all’abisso fra l’Occidente e il mio paese.

Per questo nel 2008 ha dato vita alla Khaled Hosseini foundation?
Raccogliamo fondi per progetti umanitari, dalla difesa dei bambini sfruttati dai produttori di tappeti perché hanno dita piccole perfette per fare i nodi alla costruzione di case per i rifugiati che vogliono rientrare dall’Iran.

Lei ha fama di favolista. C’era un rito serale in casa Hosseini quando i suoi figli erano piccoli?
Tutte le sere. Immancabilmente. Avevo la tecnica di lasciarli con il fiato sospeso, di interrompere la narrazione. Come se fosse un racconto a puntate.

Sia sincero: le inventava o le prendeva in prestito dalla tradizione?
Le inventavo.

Già, domanda stupida.

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