Edoardo Frittoli

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Quando nel 1924 Adolf Hitler scrisse, o meglio dettò al compagno di prigionia Rudolf Hess i contenuti del saggio autobiografico "Mein Kampf", la Germania si trovava in uno dei periodi più difficili della sua storia. La guerra era stata perduta, la Repubblica di Weimar nata nel sangue degli scontri fra estrema sinistra ed estrema destra era soffocata dalla crisi, dalla disoccupazione, da un'inflazione incontrollabile, dall'instabilità politica e dalle condizioni durissime del Trattato di Versailles.

Quando il futuro capo del nazismo tenta a Monaco il colpo di stato del 1923, il putsch delle birrerie, è ancora il capo di un partito minoritario, che a stento supera il 2% dei voti nelle frequentissime elezioni politiche della debole repubblica semipresidenziale guidata dalla socialdemocrazia. 

Ma Hitler cova la sua rabbia ossessiva e paranoica fin dalla fine del secolo precedente. Girovagando a Vienna in cerca di fortuna come pittore, respinto per due volte dall'Accademia della Belle Arti, si avvicina alla politica sempre più infuocata dai temi che diventeranno a breve le cause della Grande Guerra. Il clima è permeato da un dilagante antisemitismo, quasi una costante sin dalla guerra contro la Francia del 1870. Il giovane di Braunau attinge alla fonte dell'odio verso l'ebreo attraverso giornali e pamphlet di ogni genere e spesso di mediocre levatura, facendone il suo retroterra culturale mischiato con la mitopoietica ariana da Wagner al pastiche delle teorie sulla razza, del misticismo e dell'esoterismo. 

Allo scoppio della Grande Guerra Hitler è in Germania, la giovane nazione perfetta incarnazione dello spirito della stirpe teutonica: il Paese è giovane e forte, sospinto dalla recente e solida industrializzazione esplosa a cavallo dei due secoli. Non vuole combattere con i vecchi e decadenti Asburgo: sceglie l'esercito tedesco e come caporale sopravvive alla guerra guadagnandosi anche una medaglia. Quando fa ritorno dal fronte, il Paese sconfitto è l'ombra di sè stesso.

Il rischio di una svolta bolscevica è reale. Nel 1918 la popolazione stremata è testimone di scontri di piazza e barricate, spettro del 1917 in Russia. Neanche i socialdemocratici sono in grado di tenere le redini della nuova Repubblica, già segnata in partenza dallo scarsissimo supporto popolare e dalla sostanziale inesperienza dei tedeschi nei confronti della democrazia parlamentare. Prima ancora di mettere mano all'opera, Hitler ha già ben presente a chi dare la colpa della disgrazia della Germania: agli ebrei

Ricordando le invettive antisemite lette sui giornali nel periodo viennese, la mente paranoide di Hitler inizia a funzionare come catalizzatore dell'odio omicida, cominciando a dare a quest'ultimo una serie di pseudo giustificazioni storiche: l'ebraismo non sarebbe anzitutto una religione, bensì una razza in lotta per il predominio dell'umanità.

Durante gli anni della guerra, la cospirazione giudaica si sarebbe servita del nascente e dilagante comunismo, usato come il braccio politico armato nel segno della "rivoluzione". Il contenuto della prima parte del Mein Kampf contiene proprio la teoria razzista del nazionalsocialismo, condita da una analisi gonfia di retorica mutuata dalla tradizione e dai miti teutonici messi insieme con lo scopo di dimostrare la superiorità di una non ben definita razza "ariana", popolo eletto al dominio sulla popolazione delle "razze inferiori", nella fattispecie gli slavi.

Non a caso nella teoria della "lebensraum" partorita tra le pagine del libro-manifesto del nazismo, la necessità dello "spazio vitale" per gli ariani giustifica l'espansione tedesca attraverso la conquista di vasti territori ad Est, popolati proprio da slavi, fino ad teorizzare l'invasione della Russia

Al rilascio di Hitler dopo una breve detenzione, la Repubblica di Weimar ha una svolta in positivo, che sembra allontanare il baratro. Gli Stati Uniti varano il piano Dawes di investimenti verso la nazione sconfitta, che vede una ripresa economica rapida e una seppure effimera età dell'oro. Il denaro d'oltreoceano fa riprendere l'industria e la vita culturale. Mentre fioriscono le arti, la musica ed il cinema (con le opere di Brecht, Klee e Lang) il partito nazionalsocialista ha i suoi risultati più miseri nelle frequenti elezioni amministrative.

Ma quando, nel 1929, il lunedì nero di Wall Street costringe gli Usa a chiudere i rubinetti dei finanziamenti a Berlino, la situazione precipita ad una velocità ancor più  elevata che negli anni dell'immediato dopoguerra. Basti pensare alle cifre dei disoccupati, che passano dagli 1,3 milioni del 1928 ai 6,1 milioni del 1932

Per Hitler la crisi è un'occasione d'oro per riprendere il discorso contenuto tra le pagine del Mein Kampf: il ceto medio non esiste più, sprofondato in povertà. La paura dilaga e gli industriali temono nuovi moti rivoluzionari. Lo stesso Von Papen, ultimo cancelliere di Weimar, insiste nel convincere il vecchio presidente Paul Von Hindenburg ad affidare il governo nelle mani di Hitler, circondato da consenso sempre più ampio in tutta la nazione.

Cosa che avverrà realmente nel gennaio 1933, dopo l'ultima delle numerose chiamate alle urne per un popolo tedesco prostrato, affamato, spaventato e disilluso da quello che era stato il più avanzato esperimento democratico della prima metà del XX secolo. Che si affidava all'autore di un delirante trattato di "filosofia politica", che lo stesso Mussolini definirà "un mattone" prima di finire egli stesso nelle braccia dell'uomo della svastica. Il Mein Kampf, che alla sua uscita nel 1925 aveva avuto un successo modestissimo, entrerà nelle case di milioni di cittadini tedeschi. Sarà donato ai soldati della Wehrmacht e alle coppie di sposi all'atto del matrimonio.

Come una bibbia pagana, ad accompagnare la Germania verso la più tragica delle avventure dall' esito catastrofico. Quando i tedeschi si risveglieranno dall'ipnosi delle teorie contenute nei Mein Kampf tra le macerie del loro "anno zero", i fantasmi degli anni di Weimar torneranno a tormentarli sotto forma di miseria, fame e prostrazione politica.

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