Helen Phillips, 'La bella burocrate' - La recensione

L'infinito non-essere suburbano, in un romanzo enigmatico premiato con l'Italo Calvino Price in Fabulist Fiction

La bella burocrate

La bella burocrate, particolare della copertina

Michele Lauro

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Romanzo di culto negli Stati Uniti, La bella burocrate di Helen Phillips sbarca finalmente in Italia, tradotto da Cristina Pascotto per l'editore Safarà di Pordenone. È un libro irregolare a partire dalla confezione trapezoidale, con il taglio inferiore della pagina non ad angolo retto. Nella bella copertina Giuseppe D'Orsi ha immaginato un agglomerato di grattacieli di carta stampata in codice binario, l'alfabeto "sul quale scandire il pulsare del nostro sangue ogni giorno, incessantemente". Un progetto editoriale coordinato per un libro davvero insolito, trasversale.

La distopia kafkiana del terzo millennio

Sono passati 33 anni dal 1984 fantasticato da George Orwell nel capolavoro che inaugurò l'era della distopia. Concetto ormai abusato in un mondo letterario succube della serialità televisiva. La bella burocrate ne rinnova però il senso e la sceneggiatura, costruendo con alcuni suoi ingredienti una parabola senza tempo sull'alienazione umana che cresce di intensità pagina dopo pagina. Uno psicothriller metafisico con in sottofondo il costante ronzio della tastiera, simile al "silenzioso ruggito di un milione di scarafaggi in marcia".

Cinque anni dopo il matrimonio, Josephine e Joseph si trasferiscono in città da un imprecisato hinterland suburbano (una città senza nome, di certo molto americana). La donna ha finalmente trovato lavoro dopo 19 mesi di disoccupazione. Con qualche apprensione passano da un subaffitto all'altro, illusori "giardini" di provvisorietà e squallore. Ma è solo questione di tempo, immagina la donna, voce narrante della novella, ora che hanno un lavoro prima o poi ci sarà spazio per i mobili e forse finalmente per un figlio. 

Un fascicolo per l'eternità 

Le lettrici e i lettori pronti a mettersi nei panni di questi due hipster che stanno per dire addio al precariato, si preparino a uno choc. "La persona che la intervistò non aveva la faccia", si legge nella prima riga del capitolo Uno, contrassegnato come tutti e 38 i capitoli da un'oscura sigla in codice. Il colloquio di lavoro di Josephine si svolge in un edificio senza finestre, con migliaia di porte chiuse affacciate su interminabili corridoi. Il capo senza nome e senza faccia, ribattezzato la Persona con l'Alito Cattivo, le illustra le procedure per inserire nel Database indecifrabili stringhe di numeri, lettere e simboli. 

Pareti graffiate color pastello, la colonna sonora della videoscrittura, pile grigie di documenti, la desolazione degli spazi comuni, radi incontri con colleghi dagli occhi iniettati di sangue. Tutto fa pensare a un incubo. Josephine però forza la sua disciplina. In fondo è un lavoro come un altro, si dice, perché farsi domande. A casa cela il disagio per quella mansione di cui non conosce lo scopo. In ufficio sfodera un cuore "disciplinato e meccanico" di fronte a quella macchina che ogni mattina sembra aspettarla come un essere familiare, e presto si insinua con le sue linee orizzontali e verticali anche nei sogni.

Io se fossi un Database

Solo quando Joseph scompare da casa un paio di volte ("non parlare del tuo lavoro con nessuno, nemmeno tuo marito", l'aveva ammonita il boss durante il colloquio), un disagio vagamente allucinatorio convince Josephine a decifrare gli oggetti del suo lavoro. E mentre la storia procede verso lo sconvolgente finale, viene voglia di ricominciare subito da capo per rintracciare i simboli a cui non avevamo fatto caso: rimandi alla Bibbia (una mela-melograno, il giardino-seminterrato, il serpente tatuato sul braccio della barista che legge la mano di Josephine, il numero dell'ufficio, 9997, cioè il satanico 666 letto al contrario più il 7, numero della perfezione divina), alla psicanalisi (il passaggio evolutivo di una donna da figlia a moglie a madre), alla fantascienza (il classico cortocircuito fra l'uomo e la macchina). 

La domanda cruciale - chi sono io, la pedina di un Deus ex machina che predetermina le mie azioni o un essere umano dotato di libero arbitrio? - scivola verso un turbamento di tipo metafisico - se c'è un Dio burocrate dietro le quinte, le sue scelte sono a favore o contro l'essere umano, oppure indifferenti? - e uno di tipo morale: possiamo dire di conoscere davvero una persona, per esempio "la" persona che abbiamo sposato? Quanto di ignoto, invisibile, imprevedibile sopravvive nei rapporti che crediamo più stabili e definitivi?

Come scomparire del tutto

Mentre la sensazione di sentirsi paralizzati in una prigione senza sbarre, cannibalizzati dalle sovrastrutture, è alla base del moderno esistenzialismo - come non pensare alle stanze del Processo o all'archetipo di Gregor Samsa - La bella burocrate aggiorna il suo what if, il "cosa succederebbe se", al malessere profondo della civiltà contemporanea: la crisi dell'individuo, l'alienazione, la perdita di identità, appaiono chiaramente connesse alla silenziosa dittatura del codice binario che pervade uniformemente il lavoro e lo svago, i pensieri, le relazioni, i sogni, la vita e la morte di tutti noi.

"Anche le canzoni che amiamo sono dettate da formule matematiche", confessa Joseph a sua moglie dentro una claustrofobica toilette. La verità mi colpisce, però la musica tiene in serbo anche l'antidoto, la capacità di liberare il ricordo involontario. Così ho immaginato la colonna sonora ideale di questo libro: How to Disappear Completely dei Radiohead, quarta traccia di Kid A. Una meditazione musicale ipnotica congela il fallimento della Josephine che è in noi (una persona disciplinata e controllata all'esterno, allarmata e insicura all'interno...) in un penultimo accordo ripetuto all'infinito: "Luci stroboscopiche e altoparlanti collassati / Fuochi d'artificio e uragani / Io non sono qui, ciò non sta accadendo / Io non sono qui, non sono qui".

Helen Phillips
La bella burocrate
Safarà Editore
176 pp., 16 euro

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