Fantasmi della memoria fra Heidegger e Celan

L’antisemitismo del filosofo torna sotto i riflettori. Mentre arrivano i suoi Quaderni neri ed esce un libro su un incontro impossibile

Il filosofo tedesco Martin Heidegger – Credits: Getty Images

Il sonno della ragione produce mostri e il risveglio del ricordo evoca fantasmi: sinistri come e più degli spettri che ruotano attorno al filosofo addormentato di Francisco Goya. Perché chiamarli a raccolta qui, adesso, alla vigilia del Giorno della memoria in cui solennemente il pensiero si rivolge alle vittime del più efferato fra gli orrori del secolo scorso, il genocidio degli ebrei? Non stiamo parlando di un pensatore qualsiasi, bensì del più grande filosofo del Novecento, Martin Heidegger, «un maestro dalla Germania» come disse di lui un poeta ebreo (nemmeno lui uno qualsiasi): Paul Celan, il lirico più straordinario fra quelli che gli furono contemporanei.

Ebbene quel pensatore si trova proprio in questi giorni al centro dei riflettori, avvolto di luci fosche, oscurato dall’ombra lunga dell’antisemitismo. Heidegger non dormiva, non era ottenebrato dal sonno quando formulò lucidamente le frasi mostruose che pare siano contenute nei suoi già famigerati
Quaderni neri. Gli inediti «Schwarze Hefte» (cosiddetti per il colore della copertina) che contengono parte del «diario filosofico» tenuto per 40 anni dal «mago di Meßkirch», cosiddetto per l’alone enigmatico e per l’aura seducente e misteriosa irradiati dai suoi scritti e dalla sua persona, stanno per uscire (la prossima primavera) in Germania, a compimento dell’edizione completa dei testi di Heidegger pubblicati da Klostermann. Compresi per esplicita volontà di Heidegger nella propria Opera Omnia e destinati a concluderne la pubblicazione, conterrebbero non già appunti privati, o l’espressione riservata di una sua personale e già altrove, sempre in via confidenziale, manifestata idiosincrasia contro il popolo d’Israele. Bensì le linee di un antisemitismo sistematico, filosoficamente fondato, profondamente intrecciato alla sua filosofia dell’Essere e del Tempo.

Che cosa avrebbe detto Celan leggendo queste note? Se lo è chiesto in un articolo su Die Zeit Peter Trawny, che è il curatore dei controversi Quaderni e il primo a prenderne le distanze. Celan: il poeta di Czernowitz, l’ebreo della Bucovina, il sopravvissuto dell’Olocausto, il suicida che, incapace di disperdere i mostri e i fantasmi della memoria, si gettò nella Senna quasi 30 anni dopo la fine del conflitto mondiale; Celan, che come tanti altri celebri figli d’Israele (Hannah Arendt, Karl Löwith, Hans Jonas, Günther Anders, Leo Strauss, Emmanuel Levinas, Mascha Kaléko) fu fatalmente attratto e affascinato dal «filosofo di regime»: che avrebbe detto? Forse avrebbe reagito con un grido cui si sarebbe sentito rispondere con un desolante silenzio, per citare il titolo del bellissimo libro, Il grido e il silenzio, ora in uscita da Mimesis, che Laura Darsié ha dedicato all’«in-contro» auspicato e impossibile, veritiero e ambiguo, illuminante e denso di chiaroscuri tra i due giganti novecenteschi.

di Alessandra Iadicicco

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