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Hans Kundnani, L’Europa secondo Berlino

Il paradosso della potenza tedesca. Un saggio per demistificare le narrazioni che avvelenano il dibattito e la comprensione

Angela Merkel

Giulio Passerini

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Quando gli storici un giorno guarderanno ai fatti politici europei di questi anni dieci, non potranno che definire quello che stiamo vivendo come il decennio della Germania. Angela Merkel ha fatto del suo paese non solo la locomotiva industriale d’Europa, ma anche il capostazione, dettando la linea politica e le regole economiche. Nessun altro paese europeo è stato altrettanto determinante nell’orientare i flussi strategici di potere, ricchezza, uomini e commercio sul continente. Ma a quale prezzo per l’Unione? Quali sono state le responsabilità della Germania nella gestione della crisi economica più grave dal crollo del 1929? E quale visione ha il cancellerie tedesco dell’Europa? Ad alcune di queste domande prova a rispondere il ricercatore Hans Kundnani nel saggio L’Europa secondo Berlino, edito da Le Monnier.

Due narrazioni opposte e false
Diciamo subito che il giudizio dell’autore sull’operato della Merkel è piuttosto critico. Ma la cosa più interessante del suo intervento è che si pone al di là di una semplice posizione politica, e cerca di demistificare le narrazioni che avvelenano il dibattito istituzionale impedendo un’effettiva comprensione dei fatti. Da una parte, il mito costruito dai paesi debitori (e più deboli) di una Germania spietata, impegnata in una campagna di potenza sul suolo europeo come tanto spesso accaduto nella storia del continente (anche se in questo caso in chiave economica). Dall’altra parte, e questo per noi è piuttosto inedito visto che facciamo parte del blocco dei paesi debitori, la narrazione percepita dai tedeschi e promossa dalla classe dirigente teutonica: quella di essere vittime di una crisi causata da altri e di vivere in un paese accerchiato da una massa di postulanti fiscalmente irresponsabili.

La situazione è più complessa
Il saggio di Kundnani ha il merito di rivelare la fallacia di queste opposte visioni della crisi e dell’Europa riportando il dibattito alla dovuta complessità storica e di sistema. Senza complicare inutilmente le cose, però, né riducendole a facili slogan come troppo spesso capita con tanti politicanti. L’autore parla poco (meno di 150 pagine) e chiaro. Non rinuncia ad addentrarsi nelle questioni politiche ed economiche più complesse ma non indulge in inutili paroloni permettendo anche ai non iniziati ai segreti del bilancio europeo di seguire passo passo l’evoluzione dei fatti.  

Le tre critiche di Kundnani
Tre sono le critiche più aspre che l’autore muove alla classe dirigente teutonica: aver trasformato la gestione della crisi in una semplice questione di bilancio nazionale (dimenticando così le responsabilità dei paesi più solidi dell’eurozona), aggravando la crisi stessa; aver perseguito -e perseguire tutt’ora- gli interessi economici nazionali a discapito delle economie depresse dei paesi del continente (anzi usandole a proprio vantaggio); infine, il rifiuto di un impegno geopolitico di carattere militare corrispondente al peso economico raggiunto nel mondo.  

La sfida
È proprio su questo punto, scommette Kundnani, che si giocherà la partita più importante del nostro prossimo futuro. Il rifiuto di Berlino di accettare l’interventismo militare di un’accresciuta potenza economica, la pone in una posizione estremamente delicata: da una parte questo le permette di intrattenere relazione privilegiate con paesi lontani dai valori occidentali, come Cina e Russia, a sostegno della propria produzione (importazione di energia, esportazione di prodotti finiti); dall’altra i rapporti strategici con il primo alleato della NATO, gli USA, si fanno sempre più difficili (sintomi ne sono i recenti casi di spionaggio, e le critiche in merito alla gestione della crisi dell’euro); per non parlare dell’instabilità generata nell’economia dell’eurozona.

Una Nato a due velocità?
Tanto dimessa appare la politica della Germania nel mondo, tanto aggressiva si manifesta in Europa: il rischio è quindi non solo una NATO a due velocità, ma un’economia Europea sempre più destabilizzata dalla cosiddetta cultura della stabilità tedesca; e infine, una Germania forte dei rapporti con i partner commerciali cinesi e russi ma sempre più sola e meno occidentale. Una situazione inedita sul vecchio continente, i cui sviluppi sono difficilmente immaginabili.

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