Gli attentati in Francia: le testimonianze in un libro

In "Il buio su Parigi" di Giovanna Pancheri, il racconto degli attacchi del 2015 attraverso le parole dei sopravvissuti e la loro "paura"

Funerals Are Held For The Victims Of The Charlie Hebdo Attack

Lo sguardo commosso di una partecipante alle esequie di Tignous al Père Lachaise. – Credits: Getty Images

Nina Stefenelli

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Il buio su Parigi, scritto dalla giornalista e inviata di Sky TG24 Giovanna Pancheri, è il racconto, nudo, essenziale, ma allo stesso estremamente coinvolgente e carico di emozione, degli attentati terroristici che hanno colpito la Francia nel 2015. Attraverso le testimonianze, in prima persona e di alcuni dei sopravvissuti agli attacchi, percepiamo il terrore e la paura di quei momenti, in una Europa che, ferita ma non vinta, è comunque ad oggi ancora “in guerra”.

Nel libro la paura è percepibile in ogni pagina. Come è evoluto questo sentimento nelle persone che ha incontrato, e in lei, che è stata testimone degli eventi?
La paura è un sentimento molto particolare; molto spesso si fa leva su di essa, usando il termine a sproposito. Pensiamo per esempio alle fake news: si cerca di sollevare determinate sensibilità, quando invece è un tipo di sensazione molto delicata, che andrebbe trattata con le pinze. Il mio libro inizia con l’intervista a Charbonnier (il direttore di Charlie Hebdo, ucciso nell’attacco al quotidiano satirico francese a gennaio 2015) che dice: "non ho paura, perché se ho paura cedo". Sicuramente in Francia e in Europa c’è stato un cambiamento nelle abitudini. In questo senso il terrorismo ha vinto la sua battaglia, ma non la guerra. La paura poi porta con sé anche la diffidenza nei confronti degli altri; un individualismo che di questo tipo di sentimento purtroppo si nutre. Personalmente la mia paura - comunque infinitesimale rispetto a quella delle persone coinvolte negli attacchi - si è manifestata dopo, quando ho avuto il tempo di riflettere su quanto era accaduto.

Dopo ogni attacco, lei descrive come “aleatoria e ingenua” la sensazione che sia tutto finito. Qual è l’Europa di oggi, rispetto a quella del 2015?
È una Europa che in qualche modo è diventata un teatro di guerra. Il 2015 è stato l’inizio di un nuovo capitolo per una generazione, la mia, che non aveva vissuto la seconda Guerra mondiale, e che questa sensazione non l’aveva mai percepita. Ci siamo ritrovati la guerra in casa, anche se si combatte su direttive e con tecniche completamente diverse a quelle del passato.

In Francia lo stato di emergenza verrà tolto a fine novembre, ma è previsto un nuovo progetto di legge per rinforzare sicurezza e lotta al terrorismo...
In realtà è già abbastanza sconvolgente che lo stato di emergenza sia durato due anni. Questa è la conseguenza principale della paura: concediamo delle cessioni della nostra libertà e dei nostri diritti; facciamo uno scambio, sicurezza al posto di privacy. In Francia è anche cambiato da poco il presidente, bisognerà capire cosa lui intende fare.

I giovani terroristi sono stati definiti “figli dell’Europa usati contro l’Europa”. Di chi è la responsabilità?
Più che essere figli dell’immigrazione sono figli della mancata integrazione. Un aspetto su cui riflettere molto, perché spesso sono figli della seconda generazione. Soprattutto l’Italia, che è un Paese con una grande tradizione di emigrazione, dovrebbe ricordarsi che chi emigra lo fa in cerca di condizioni di vita migliori, non soltanto perché scappa da una guerra. Il problema è poi come i tuoi figli vivono all’interno di una società dove sono stati ghettizzati; pensiamo al Belgio ma anche in parte alla Francia. È vero che alcuni dei giovani terroristi venivano da situazioni disagiate, ma in realtà altri erano anche ragazzi appartenenti alla cosiddetta ‘classe media’. Nonostante questo, non si sono mai sentiti parte di quella società, sono sempre stati trattati come figli di un Dio minore.

C’è anche una grande responsabilità delle famiglie...
Prima ancora degli attentati del 2015 feci un’inchiesta sulle madri dei Foreign fighters in Belgio. Mi colpì perché alcune famiglie erano cristiane, e in pochissimi mesi si erano radicalizzati ragazzi di 17,18,19 anni, partiti poi per la Siria.

Che cosa li ha portati a questo?
Un utilizzo dei social network senza controllo: la propaganda dell’Isis punta su un modello comunicativo che mostra un mondo in cui puoi avere potere e autorevolezza. Siamo quindi di fronte a un tipo di società che non aiuta, a una mancanza di attenzione da parte delle famiglie e a modelli di integrazione che evidentemente non hanno funzionato fino in fondo, da ascrivere non solo alla comunità islamica in quanto tale.

Le donne musulmane citate nel libro sono “la luce e il buio di una generazione”. Che ruolo hanno oggi le donne europee vedove dei miliziani Isis e le madri dei cosiddetti "orfani di Daesh”?
Mi è capitato di conoscere e intervistare molte madri di Foreign fighters: nell’80% dei casi sono madri disperate, come qualsiasi donna che perde un figlio o che lo vede partire per una simile realtà, e che cerca fino all’ultimo di convincerlo a tornare. Moltissimo peso ha anche il modo in cui si decide di reagire: prima degli attacchi, in Francia e in Belgio c’erano due leggi diverse per questi combattenti. In Belgio, se tornavi venivi automaticamente incarcerato, in Francia esisteva invece un percorso di interrogatori e sostegno psicologico, per comprendere se c’era o meno una realtà criminale alle spalle, con un tipo di radicalizzazione che doveva essere arginata e controllata. Così, anche le famiglie, e soprattutto le madri, potevano in qualche modo aiutare nel convincerli a tornare. In generale penso quindi che le donne abbiano un ruolo importante per poter essere le anime bianche in queste situazioni ma, allo stesso modo, possono diventare anche le estreme anime nere, che aiutano nei processi di radicalizzazione.

La scoperta che i terroristi sono nati e cresciuti in Europa ha messo sotto una luce diversa il tema dell’immigrazione come sinonimo di terrorismo?
Questa è una di quelle famose paure usate a sproposito. Il binomio per me non esiste. Quello che sviluppa è un risentimento, che aiuta le radicalizzazioni finendo per colpire non solo noi europei, ma anche molti musulmani. Come abbiamo visto, alla fine sono vittime doppie: additati nel loro insieme per la follia di pochi, e poi realmente.

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