Leggete le lettere di Giuseppe Verdi, se cercate sorprese

Dagli scritti del compositore, ora ripubblicati, esce l’immagine di un uomo scettico sulla politica, pacifista e con una religiosità tutta sua

Credits: Ansa

Lorenzo Arruga

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Vorrei lo stile asciutto, onesto, incantatore delle lettere di Giuseppe Verdi per farvi capire almeno tre ragioni culturali, più una quarta intima, per cui farete bene a comperare Giuseppe Verdi, Lettere nella nuova bellissima edizione Einaudi (1.165 pagine, 80 euro, 700 lettere commentate e introdotte dal prezioso Eduardo Rescigno) e poi a leggerlo, almeno a poco a poco, tutto. Ma premetto: non aspettatevi correzioni storiche importanti, o rivelazioni di punti deboli nell’uomo, incoerenze malandrine.

Verdi è per sé l’uomo tutto d’un pezzo, onesto fino all’ironia sul mondo che non lo è. Uno che fin nel fisico si mostrava com’era: ricordate quando giovane, fischiato a una sua opera buffa, non voleva più comporre e, buttato là sul tavolo il libretto del Nabucco, gli cadde aperto su Va pensiero? Racconta che il fascicolo rimase davanti "a me ritto in piedi". Giacomo Leopardi vi si sarebbe inginocchiato tutto curvo, Giaochino Rossini sarebbe andato a leggerselo a letto. Il fisico era immagine della sua coscienza.

Ma ecco le tre prime ragioni. La prima è che, con la lettura graduale e ben indirizzata, si esce dell’equivoco di Verdi come forgiatore di voci di grassezza uniforme. Altro che loggionismi supponenti per pretendere un modulo unico. Lady Macbeth è un personaggio crudele e malefico: ci vuole voce aspra. Bisogna cercare: "La Penco vorrebbe cantare come 20 anni fa e io vorrei come si canterà fra 20 anni". L’esempio di bella voce femminile perfetta? Una certa Thérésa, cantante parigina di café chantant... E poi scrive che la voce non basta, ecco lo sguardo folgorante di Adelina Patti...

La seconda, la complessità di Verdi nel Risorgimento. Certo, nel 1848 parlava che fosse ora per «musica di cannoni», per riscattare l’Italia. Ma la storia gli fa precisare il suo pensiero con chiarezza. "Non credo alla guerra", che "risponde con massacri alle esigenze dei popoli". Anche sulla politica scrive di "odiarla, almeno come è stata fatta fino adesso". A volte sbotta: nelle campagne e nei paesi attorno alla natia Busseto i prefetti hanno mandato rinforzi di carabinieri a cavallo per prevenire manifestazioni di esasperati: "Così la povera gente dice: 'Noi domandiamo lavoro e pane… Essi ci mandano carabinieri e manette'…". Nell’opera, poi, era ancora più pessimista e rivelatore: da Attila ai Vespri siciliani i vincitori possono essere più traditori che eroi, perché violenza chiama violenza e tragedia.

La terza è la questione religiosa. Nessuno mai fece pregare il popolo in teatro come Verdi, ma i suoi commenti sulla fede disperavano la moglie Peppina. Leggendo le lettere, si ha tanto l’aprirsi degli abissi del Mistero quanto la mescolanza quotidiana d’abitudini sacre e profane, la cappellina di casa, l’educazione della nipotina, l’insofferenza per i preti… Ma, ascoltando la musica, non si può pretendere che Verdi credesse in Dio con la stessa ostinata, calda fiducia con cui Dio fino all’ultimo credette in lui.

La ragione intima, infine. Che questo, il libro verdiano dell’anno, vi parla come vorreste che tutti vi parlassero. Schietto, libero, fantasioso, ombroso ma anche confortante. È il più bel libro sul teatro che si possa scrivere, perché qui il teatro è rivelazione del mondo e nasconde costantemente ma lascia capire la sua scomoda felicità.

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