Giuseppe Casa, 'Metamorph'

Prossima fermata, l'oblio. Metamorph è uno psycothriller costruito come un lungo monologo accompagnato da tanta buona musica. Dalla sociopatia all'abiezione, storia di un Gregor Samsa contemporaneo.

Metamorph, particolare della copertina

Michele Lauro

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Ho fatto un brutto sogno dopo aver chiuso l'ultima pagina di Metamorph . Mi trovavo sbalzato sul tetto scivoloso di una casa che spuntava dal nulla, senza porte, senza vie d'uscita. Unica possibilità, saltare su un ballatoio che mi avrebbe forse condotto da qualche parte. L'ho interpretato come un'elaborazione inconscia della desolazione in cui mi ha prostrato il terzo romanzo di Giuseppe Casa: destabilizzante e abrasivo come un'ombra che ti agguanta alle spalle, lasciandoti (purtroppo) vivo.

Sarà forse che il tunnel si apre nel contesto della quotidiana follia che chiamiamo normalità. Sarà che Metamorph non mantiene ciò che promette: di essere "semplicemente" un romanzone di attualità psico-sociale, romanzo-denuncia del precariato nel mondo del lavoro e (di conseguenza?) in quello degli affetti. Il protagonista è un cervello milanese tornato da uno stage newyorkese con una bella moglie modaiola, un figlio dodicenne e un contratto da ricercatore post-doc.

A quarant'anni, Lorenzo Barbieri sgomita ancora tutti i giorni in laboratorio per uno straccio di contratto a tempo indeterminato, con la chimera della scoperta del secolo o almeno di strappare una pubblicazione, di passare il solito concorso pieno di raccomandati. Ma in fondo, positive thinking: le cavalcate rock dei suoi eroi gli ricordano che gli anni migliori sono qui, adesso. Basta un impercettibile clic sulla ruota della fortuna. E tutto tornerà perfetto. Malgrado gli screzi con il rampantello di collega, nonostante le cene griffate, le scuole private e la Milano plastificata, la sicurezza di sé sembra solo intaccata.

"C'è qualcosa di malato nell'ossessione per i figli". L'amara constatazione apre le porte al baratro con alcolica ironia, nel corso di una famigerata cena fra genitori. Il contesto familiare non lenisce, anzi alimenta ansie fobie e frustrazioni. Il narcisismo situazionista e una società rapace impediscono a Lorenzo di vivere la famiglia come luogo di crescita, responsabilità, costruzione. Ingigantito dall'apatia ostile del figlio Kevyn, preadolescente turbato e impasticcato la cui valvola di sfogo sono le fantasie horror della società dei consumi, il fallimento della paternità si mischia al senso di colpa e inadeguatezza nei confronti della moglie, del capo istituto e delle aspettative del mondo "normale".

La spirale solipsistica è devastante e pervasiva. Dapprima celato dietro una maschera di estroversa immaturità, il principio sotteso all'esistenza di Lorenzo (l'esclusione dell'altro) si spande come un virus su tutte le molecole vitali del suo orizzonte affettivo. In un mondo in cui tutto ruota intorno alla promessa di sesso, il rifugio nel passato di viveur sembra il banale appiglio dell'ego per restare a galla. Ma il ventre piatto della vecchia fiamma di turno nasconde un'innominabile insidia: stalker. Due settimane di scopate memorabili e il sogno si trasforma in un incubo.

Sospinto da un'entusiasmante colonna sonora - Lorenzo è un ossessivo cultore-consumatore di rock alternativo -, Metamorph vira di colpo nei territori di una murder ballad alla Nick Cave. E il titolo, a un primo livello riferito al sofisticato software che permette di osservare dal vivo il comportamento delle cellule, rivela la sua profonda, sconcertante matrice kafkiana. Si va giù, la mediocrità eretta a sistema, giù fino alla "totale depressione dell'anima" nella casa Usher di Edgar Allan Poe. Fino a quel luogo in cui a nessuno interessano le tue domande. Fino a quel distacco drammaticamente tracciato da Tony Kaye nel film Detachment: "come un gelo, un naufragio, una nausea del cuore".

Perciò alla fine, un solo consiglio: affrontate lo splatter mentale di Metamorph, ne vale la pena. Ma lontani da casa. Lontani dalla Milano slabbrata di tanfi che esalano dai Navigli, dalle vetrine di polistirolo e dalla trita movida di corso Como, dagli alberi sulla circonvallazione mangiati dal particolato e dai desolati cantieri di una expo recessiva, dagli sguardi incarogniti al semaforo, dai baristi ficcanaso e dalla setta satanica degli agenti immobiliari. Perché non abbiate mai l'impressione che tutto ciò possa succedere davvero. Niente è reale, anche se somiglia tremendamente alla vita.

Giuseppe Casa
Metamorph
Foschi Editore
272 pp., 18 euro

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