Giulio Giorello: Topolino? Più che un topo, è un topos (filosofico)

Altro che roba da ragazzi: l'eroe di Walt Disney è il degno erede di Cartesio. Parola di filosofo

Giulio Giorello (Foto Ansa/Tonino Di Marco)

Roberto Barbolini

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Confesso: Topolino mi è sempre stato antipatico. E non credo di essere l’unico. Paragonato a quell’anarchico di Paperino, irascibile quanto sfigato, il celebre topo disneyano può apparire un benpensante un po’ troppo filisteo e politically correct, tanto che non mi sono mai esageratamente rammaricato per quella valigia intera di vecchi albi con le sue avventure fatta sparire da mia madre in circostanze mai del tutto chiarite, anche se il loro valore antiquario all’odierna borsa del fumetto avrebbe potuto fare di me un uomo ricco. Ma La filosofia di Topolino appena edita dalla Guanda (180 pagine, 13 euro), che Giulio Giorello ha scritto assieme a Ilaria Cozzaglio, mi costringe, se non a cambiare idea, almeno a una sospensione del giudizio. Anzi: a un’epochè. Che è poi la stessa cosa, detta in linguaggio filosofico nella speranza di impressionare i lettori.

Di certo non si farà impressionare l’autore, noto filosofo della scienza e brillante saggista, né la sua collaboratrice, studiosa di filosofia politica. Dal loro libro Topolino esce fuori come un Ulisse del nostro tempo, solo in apparenza appagato dalla quiete domestica, in realtà inesausto viaggiatore nel mondo fisico ma soprattutto in quello delle idee. Perché il personaggio disneyano è un topo che medita e quindi un "animale che dubita", proprio come Cartesio definisce se stesso nelle Meditazioni metafisiche; ed è questo dubito ergo sum a sospingerlo, novello Ulisse più joyciano che omerico, verso la curiosità intellettuale e l’avventura.

Scandagliando una dozzina di storie esemplari uscite tra gli anni 30 e 60, Giorello e la sua coautrice le centrifugano in una pioggia di rimandi scientifici, filosofici e letterari da lasciare sbigottiti, tutti ruotanti attorno all’ineffabile personaggio ideato nel 1928 da Walter Elias Disney o ai suoi comprimari. L’operazione, intendiamoci, non è inusitata: a I Simpson e la filosofia, per esempio, è stata dedicata anni fa una raccolta di 18 saggi (a cura di William Irwin, Mark T. Conard e Aeon J. Skoble, Isbn edizioni), dove non si esitava a esaminare il mondo morale dei Simpson alla luce della prospettiva kantiana o a scomodare Friedrich Nietzsche a proposito del giamburrasca Bart, simpatica "teppa" nichilista. Quanto a Giorello, lo si può come minimo definire recidivo, in quanto autore con Pier Luigi Gaspa di La scienza tra le nuvole - Da Pippo Newton a Mr Fantastic (Cortina editore). E se perseverare è diabolico, in questa Filosofia di Topolino c’è di sicuro lo zampino del diavolo, che nel Canto XXVII dell’Inferno dantesco si vanta beffardo: "Tu non pensavi ch’io loico fossi", facendo intuire come anche le strade della logica filosofica possano condurre alla dannazione eterna.

Consapevoli del rischio, Giorello e Cozzaglio preferiscono battere il territorio confortevole delle analogie. Come quando tirano in ballo Galileo, che difende la concezione copernicana fingendo di criticarla, per spiegare il gioco di simulazioni e dissimulazioni non sempre oneste fra Topolino e il simpatico idraulico-malfattore Giuseppe Tubi, "l’uno a scopo d’ingannare e l’altro di smascherare l’inganno", in Topolino e la banda dei piombatori. E se il goffo Pippo viene paragonato al Simplicio d’un dialogo galileiano, Topolino che, di fronte a un criminale che gli somiglia come una goccia d’acqua, si domanda angosciato: "Chi sono io?", viene visto come "un omaggio alle idee di Locke, di Hume e di Leibniz circa l’identità personale".

Gli autori s’arrampicano sulle vette del pensiero e della letteratura, senza trascurare la scienza da Albert Einstein ad Alan Turing, per piantare lassù in cima la bandiera del Club di Topolino. Perché no? Stéphane Mallarmé diceva che il mondo esiste per approdare a un libro. La filosofia di Topolino intende dimostrare che questo libro è un fumetto. Trasformare un topo in un topos del pensiero è, del resto, compito degno d’un filosofo. Soprattutto se, come Giorello, non esclude dal campo della ragione le sue passioni. Neppure quando sfoggiano un paio d’orecchie da topo.

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