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Giornalismo e deontologia, Razzante: i media possono essere costruttori di pace

Il docente della Cattolica: "La stampa vive una crisi di identità, che può superare ricominciando dal rispetto delle regole. Basta con l'uso denigratorio"

Lucia Scajola

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Professore di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, Ruben Razzante è ormai riconosciuto come il watchdog del giornalismo italiano, di cui ogni anno, con zelo, continua a ricordare le regole, via via aggiornate, nel suo prezioso Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione (Cedam-Wolters Kluvers, pp. 704). Giunto alla sua settima edizione, il saggio è diventato una bussola  per orientarsi nel mare magnum di una materia, ahinoi, sempre più teorica, che cambia continuamente; anche a causa delle innovazioni tecnologiche e dell’invadenza della pubblicità all’interno dei contenuti. Il volume, con prefazione del direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, verrà presentato a Palazzo Cusani, a Milano, venerdì 21 ottobre alle ore 17,30.
Professor Razzante, qual è, di questi tempi, l’abuso più ricorrente compiuto dai giornalisti?
Impazza una certa superficialità nel riportare notizie spesso contenenti anche dati sensibili e delicati che mettono in gioco la personalità dei protagonisti dei fatti. La rete, che pure rappresenta una ricchezza inestimabile per il diritto dei cittadini ad essere informati, ha ridotto ulteriormente gli spazi dell’approfondimento e ha reso più evanescenti le categorie della verifica delle fonti, con tutti i rischi che ne conseguono.

Ruben Razzante 2

Ruben Razzante – Credits: ufficio sampa

Le regole nell’informazione hanno fama di essere molto più teoriche che pratiche: crede che si stiano facendo passi in avanti o indietro. E se si, quali, nel concreto?
Una buona informazione può esserci solo se le regole deontologiche dei giornalisti vengono fatte rispettare. Una certa mentalità perversa accredita il punto di vista in base al quale il giornalista debba poter scrivere tutto ciò che scopre, senza autolimitazioni, ma questo finisce per schiacciare gli altri diritti che spettano a ciascuno di noi, dall’onore alla privacy. Una notizia non va sempre data se ci sono fondate controindicazioni.
Come le nuove tecnologie stanno cambiando gli spazi dell’informazione? Un giornalista può esprimersi liberamente anche sui social network?
Le nuove tecnologie aumentano le possibilità di aggiornamento per i cittadini, ma anche i rischi di bufale e false notizie spacciate per vere. I social network sono un formidabile strumento di condivisione di informazioni e opinioni, ma il giornalista, come dice peraltro anche il nuovo Testo unico della deontologia, deve utilizzarli con giudizio e cautela perché la sua notorietà acquisita in rete gli deriva anche dal ricoprire quel ruolo giornalistico. In altre parole, quando un giornalista sta su Facebook non può sentirsi svincolato dal rispetto delle regole del diritto di cronaca, per esempio non può divulgare segreti aziendali, non può esprimere critiche feroci al suo editore, non può compiere azioni che contrastino con il suo vincolo di esclusività aziendale, spesso sancito anche contrattualmente.
Si parla molto di diritto all’oblio. Ci spiega nel concreto, ad oggi, cosa deve fare una persona che sente lesa la sua reputazione dalla presenza on line di informazioni sul suo conto?
Può fare due cose: rivolgersi al sito che ha pubblicato la notizia e chiedere la rimozione; rivolgersi al motore di ricerca e chiedere di eliminare quel link. Le due azioni possono essere fatte anche insieme. Ma se il sito e il motore di ricerca rifiutassero la richiesta del cittadino, questi potrebbe rivolgersi al Garante della privacy o addirittura alla magistratura. E’ evidente che diritto all’oblio non vuol dire cancellare notizie scomode perché questo significherebbe compromettere la completezza della storia e creare dei buchi e delle falle nella ricostruzione dei fatti. Affinché possa scattare il diritto all’oblio, occorre che la notizia di cui si chiede la rimozione non sia più attuale. La regola generale è che i siti raramente devono cancellare notizie; sono chiamati solo ad aggiornarle correttamente fino alla loro ultima evoluzione. I motori di ricerca, invece, possono essere chiamati a volte a de-indicizzare un link, cioè a non renderlo visibile.
Da anni, di tanto in tanto, si discute dell’utilità dell’Ordine dei Giornalisti. Pensa che abbia ancora ragione d’essere? Ci ricorda momenti in cui l’intervento si è dimostrato rilevante?
L’Ordine dei giornalisti è un presidio deontologico ancora prezioso e si impegna molto per la formazione dei giornalisti. La funzione disciplinare è stata trasferita da una legge di qualche anno fa ai consigli di disciplina, che spesso funzionano male. L’Ordine ha rappresentato spesso un argine contro la commistione pubblicità-informazione e in favore della tutela dei minori e dei soggetti deboli nel diritto di cronaca. La sua funzione andrebbe rilanciata e la sua struttura andrebbe snellita. La nuova legge sull’editoria, riducendo a 60 il numero dei consiglieri nazionali, va in questa direzione, ma ora aspettiamo i fatti.
Lei monitora attentamente l’informazione dal punto di vista giuridico prima ancora che dal contenuto: un caso su tutti di trasgressione delle regole “da manuale”.
In materia di tutela della privacy, si consumano gravissime violazioni, per esempio nella pubblicazione di particolari della vita privata di familiari, congiunti e persone indagate o coinvolte in fatti di cronaca. Il principio di essenzialità dell’informazione dovrebbe spingere i giornalisti a non spiare la vita delle persone dal buco della serratura e ad astenersi dal divulgare particolari marginali e privi di interesse pubblico.
Tante volte si è occupato del pericoloso cortocircuito tra magistratura e informazione la quale, molto spesso, ne precede l’azione, anticipando sentenze e spesso determinando scossoni nella politica, come nella finanza o in altri ambiti. Come si può impedire che ciò avvenga?
La piaga dei processi mediatici intacca la credibilità dell’informazione e fa dubitare della serietà e professionalità di alcuni giornalisti ed editori. I processi mediatici sono vietati da un codice di autoregolamentazione promosso da Agcom nel 2009 e spesso violato da tutte le emittenti radiotelevisive nazionali e locali, che pure l’avevano sottoscritto. Il comitato incaricato di farlo rispettare non ha funzionato granchè. Sarebbe opportuno che l’Agcom richiamasse i broadcaster a un maggiore rispetto di quelle disposizioni. Gli studi televisivi non devono trasformarsi in aule di tribunale né anticipare per via mediatica quelle che saranno le sentenze dei giudici. Il cortocircuito tra magistratura e informazione è pericoloso per la democrazia e va combattuto con l’impegno di tutti.
Social network pieni di opinioni, blogger che si esprimono spesso a scopi commerciali, pubblicazione di intercettazioni illegali, diffamazioni a mezzo stampa quasi mai riparate, processi mediatici spesso finiti in assoluzioni: la stampa è davvero così messa male? Come può difendere la sua reputazione?
La stampa, intesa non solo come mezzo cartaceo ma come insieme di tutti i mezzi di diffusione del pensiero, vive una fase critica, dovuta anche alla contaminazione tra vecchi e nuovi media. Ci sono ancora tanti esempi di buon giornalismo che vanno valorizzati. Il tema delle good news va rilanciato. L’accanimento nel racconto del negativo, che finisce per alimentare sentimenti distruttivi nell’opinione pubblica, va superato. Occorre anche raccontare gli esempi, numerosissimi, di volontariato, solidarietà, servizio al prossimo, che consentono alla società di stare in piedi e di crescere in modo sano.
I media possono anche essere dei grandi costruttori di pace e di benessere condiviso.

 

 

 

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