Gli spaghetti cucinati da Gian Carlo Fusco

Cucinare non è solo un imperativo gastronomico, ma può diventare una  questione etica, sentimentale e persino politica. Lo ha raccontato, con proverbiale ironia, lo scrittore spezzino, affastellando aneddoti di  varia umanità legati ai primi piatti

(Credits: Ansa)

Filippo Maria Battaglia

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Dopo anni di damnatio memoriae, mai come in questo caso ingiustificati, da qualche anno Gian Carlo Fusco, scrittore e giornalista spezzino nato nel 1915 e morto a Roma nel 1984, è ritornato in voga, quantomeno in una piccola elite di cultori delle belle cronache. Tra i tanti pamphlet usciti dal suo torchio, Fusco è anche autore  di un sapido libretto interamente incentrato su alcune gustose storielle nate intorno al cibo, un po’ autobiografiche e forse anche un po’ inventate. Lo ha ripubblicato nel 2002 Sellerio. Non a caso, si intitola L’Italia al dente .

Partiamo dall’inizio. I protagonisti delle prime pagine del narratore spezzino sono «due galantuomini, nati e vissuti nel secolo scorso, in Campania». Fanno il nome di Giovanni Voiello e Raffaele Fusco. Uno è il fondatore di quella che all’epoca dell’uscita del libretto era non a torto considerata «un po’ la Rolls Royce degli spaghetti»; l’altro, più semplicemente, è il nonno dell’autore.

Ammette Fusco che è molto probabile che i due non ebbero mai modo di incontrarsi. Eppure, lo spunto è buono per iniziare ad inanellare una serie di spassosi racconti sul fronte culinario. A cominciare da quelli che hanno a che fare proprio con la specialità di don Giovanni: lo spaghetto. Ricorda lo scrittore che il nonno era un noto proverbiofilo, peraltro piuttosto campanilista. E che, a sentire certi intenti di suoi coetanei, tutti applicati nel cercare una moglie fuori dai confini cittadini, sbottava esclamando: «La moglie e i bovi per arare – nel tuo paese li devi pigliare!». Sennonché il povero Raffaele aveva fatto i conti senza l’oste: un giorno incappò nelle grazie di una bionda risottara, che era stata estromessa dall’insegnamento con l’accusa di «propagandare fra i suoi scolari l’idea socialista».

Nonno Fusco non si fece affatto condizionare da quel trascorso. Anzi: la sposò con un rito civile in una «luminosa mattina di giugno». Il problema serio era invece un altro: «se il progressismo sociale di nonna Giuseppina combaciava con quello di nonno Raffaele, la sua esperienza in fatto di maccheroni non poteva combaciare con l’intransigenza del marito nel prendere un’ineccepibile “caudiatura”. Ossia, la cottura esatta al secondo dei vecchi vesuviani. Per il semplice motivo che la maestrina dagli occhi celesti era venuta giù, con 30 ore di treno, da una terra dove l’unica alternativa al predominante risotto (polenta a parte, sottintesi gli gnocchi di patate) erano le tagliatelle, le pappardelle, le lasagne, i cappelletti ripieni e qualche altro tipo di pasta fatto in casa. Tirando la sfoglia col mattarello. Lo stesso paventato dai mariti che rincasavano sbronzi. Mentre lassù, attorno al 1870, la pasta di grano duro del meridione, spaghetti, vermicelli, rigatoni, bucati, penne e via dicendo, erano più rari delle banane in Groenlandia».

Un bel problema per don Raffaele, che a quanto pare all’inizio ebbe molto a pazientare. Trascorse le prime settimane, la serafica indulgenza del nonno svanì insieme al vapore degli spaghetti scotti.  E quale ultima spiaggia il povero protagonista del racconto di Fusco vide solo la sua proverbiale inclinazione a calembour e mottetti. Vergò così, di suo pugno, un vero ricatto a sfondo sessuale, addolcito però da un’amorosa rima baciata: «Se a pranzo trovo moscio lo spaghetto, sarò altrettanto moscio anche nel letto. Se invece trovo lo spaghetto al dente, sarò in letto del pari consistente!», minacciò. «Nonna Giuseppina – conclude il nostro – non era, in amore, né una Semiramide, né una sosofonisba . Ma aveva pur sempre 26 anni. E due giorni dopo Don Raffaele ebbe il suo primo piatto, fumante e rosseggiante, di maccheroni cotti come “San Gennaro comanda”».  

Gli aneddoti di Fusco non finiscono però qui. Molti sono filtrati dall’incessante «si dice» del parentado di cui il narratore si fa geloso custode. Qui e là trova così spazio anche qualche storiella che spiega bene le incomprensioni che possono sorgere quando ci si trova di fronte a piatti gustosissimi e ricercati.

La cronaca di Fusco ha per protagonista nientemeno che Hailè Salassiè e porta la data del 1928, due anni prima che venisse incoronato imperatore d’Etiopia. In quell’anno sedeva sul trono il cugino Menelik II. Salassié era comunque una personalità di primissimo rango: nel 1916 era stato infatti designato erede al trono. Tanto bastava per renderlo una sorta di plenipotenziario del suo Paese. «In virtù di tale facoltà, in quel ’28, venne a Roma, per sottoscrivere un trattato ventennale d’amicizia, conciliazione ed arbitrato con l’Italia. Mussolini, che sette anni dopo, dimenticato il trattato lo maltrattò, in quell’occasione fu tanto gentile da mandare un cacciatorpediniere, mi sembra il “Valerio Papa”, a prelevarlo a Massaua». E dato che il fascismo, a certe manifestazioni di potenza militare ci teneva, si pensò di spostare lo sbarco dell’equipaggio reale da Napoli a La Spezia, in una banchina dell’Arsenale, in modo da stupire il seguito con le numerose attrezzature militari. L’accoglienza era di quelle in gran stile. E i dignitari non persero molto tempo nel segnalarsi come eccentrici da chi li accolse: «tutti avevano in testa un cappello di feltro grigio a larghe falde e indossavano un mantello nero, allacciato strettamente al collo, che lasciava scoperti due palmi di pantaloni chiari, attillatissimi». Seguirono gli inni e i saluti ufficiali. Le condizioni meteo non erano però favorevoli all’incipiente fratellanza, e portarono  anzitempo il seguito ad accelerare il pranzo d’onore. «Nel salone da ballo del Circolo di Marina era stata allestita una tavola a ferro di cavallo, apparecchiata con le posate e i piatti delle grandi occasioni. Il comandante del Diaprtimento e Ras Tafari, che s’era tolto il mantello ma aveva tenuto il cappello, sedettero del braccio più lungo. Gli altri occuparono un posto più o meno vicino al principe e all’ammiraglio a seconda del grado. I due marinaretti finirono in fondo al braccio di sinistro». Non solo: i dubbi sul menù, vista l’ignoranza sulle abitudini degli avventori, tennero banco fino a poco prima del pasto, tanto che «all’ultimo momento, dopo alcune confabulazioni, fu deciso di non servire l’antipasto di prosciutto, nel dubbio (si riseppe in seguito) che qualcuno dei dignitari al seguito di Ras Tafari fosse musulmani».

Le perplessità vennero comunque spazzate via dalla sicumera dello chef del Circolo, Giuseppe Gargiulo, sorrentino doc, mai così determinato nel presentare in prima assoluta uno di quei piatti che sarebbe diventato un autentico cavallo di battaglia: gli spaghetti alla diga, ovvero con i datteri di mare, «militi che possono essere considerati una specialità del golfo della Spezia. Dove, specie se annidati negli scogli lungo la diga, se ne trovano in gran quantità e di dimensioni eccezionali». Il colpo di scena era pronto. Ma quando gli inservienti, vestiti di giacca bianca con alamari dorati, arrivarono con gli spaghetti e colmarono il piatto di Ras Tafari dei frutti col guscio dorato, il reale incuriosito chiese nuove su quello strano manicaretto. Seguì un momento ad alta tensione. «Attorno alla tavola i marinai avevano smesso di servire e guardavano Ras Tafari. Il quale a occhi socchiusi, si introdusse  il dattero fra le labbra lilla e lo succiò rumorosamente. Assaporò. Spalancò gli occhi. Rivolse ai marinai un gesto circolare, per dire che continuassero a servire, poi indirizzò a quelli del seguito (tutti col cappello in testa come lui) una frase incomprensibile, ma dall’intonazione perentoria. E allora avvenne una cosa che per almeno una decina d’anni fu spesso argomento di conversazione al Circolo di Marina. Tutti gli etiopi seduti attorno alla tavola si diedero a pescare con le dita i datteri negli spaghetti ammucchiati nei vassoi sorretti dai marinai stupefatti, riempiendosene il piatto. Così che ai commensali italiani restarono gli “spaghetti alla diga” senza i datteri della diga. Soltanto i due marinaretti ebbero un dattero per ciascuno, cortesemente offerto da Ras Muloghetà».

L’incidente non portò bene all’imperatore d’Etiopia. Sette anni dopo, e per tutt’altre ragioni, un Mussolini per niente conciliante deciderà di deporre il sovrano attaccandolo con poco più di centomila soldati. E le trenette ai datteri rimasero l’ultimo felice ricordo che Hailè Salassiè ebbe del nostro Paese.

Libri:

Gian Carlo Fusco, L’Italia al dente, Sellerio

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