George Orwell spiega perché ha scritto ‘1984’

In una lettera datata 1944 il grande autore inglese anticipava i temi del suo capolavoro distopico

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Il poster promozionale di una trasposizione tv inglese di 1984, datata 1965 – Credits: Larry Ellis/Express/Getty Images

Andrea Bressa

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Come tanti suoi illustri colleghi anche George Orwell ci ha lasciato in eredità, oltre alle sue opere, numerosi carteggi e scambi epistolari. Tutti questi materiali aiutano spesso le ricerche e gli studi accademici, ma anche i lettori che vogliono conoscere meglio il pensiero e i punti di vista dei propri beniamini, oltre che, talvolta, a scoprire come sono nati alcuni dei più grandi capolavori.

È il caso, per esempio, di una lettera datata 1944, che George Orwell scrisse come risposta a un tale di nome Noel Willmett, che gli aveva chiesto se il totalitarismo fosse una prospettiva anche per Inghilterra e Stati Uniti.

In quella missiva Orwell dimostrava di avere già bene in mente i temi e il grido di allarme che avrebbe lanciato cinque anni più tardi con la pubblicazione di 1984 . Ecco alcuni brani da noi tradotti della lettera, raccolta per altro anche nel volume George Orwell: A Life in Letters (curato da Peter Davison per WW Norton & Co).

“Caro Mr. Willmet,
[…] Devo dire che credo, o temo, che nel mondo intero questo genere di cose siano in aumento. Hitler, senza dubbio, scomparirà presto, ma al prezzo di rafforzare (a) Stalin, (b) i milionari Inglesi e Americani e (c) ogni sorta di piccoli "fuhrer" come De Gaulle. Tutti i movimenti nazionalistici in tutto il mondo, anche quelli che nascono dalla resistenza alla dominazione tedesca, sembrano assumere forme non democratiche, raggruppandosi attorno a qualche figura superomistica (Hitler, Stalin, Salazar, Franco, Gandhi, De Valera, sono tutti esempi di diverso tipo) e adottando la teoria che il fine giustifica i mezzi. Ovunque il mondo sembra tendere a economie centralizzate, che possono gestire la cosa pubblica in un senso economico, ma che non sono organizzate democraticamente, stabilendo un sistema di caste. Questo può portare con sé gli orrori del nazionalismo più emotivo e la tendenza a non credere più all'esistenza di una verità oggettiva perché tutti i fatti sono in sintonia con le parole o le profezie di qualche "fuhrer" infallibile.

Hitler può affermare che a iniziare la guerra siano stati gli ebrei, e se dovesse sopravvivere diventerebbe storia ufficiale. Non può dire che due più due fa cinque, perché ai fini della balistica, per esempio, deve fare quattro. Ma nel tipo di mondo che temo possa davvero presentarsi, un mondo con due o tre grandi super-stati che non possono conquistarsi l'un l'altro, la somma di due più due potrebbe diventare cinque, se solo il "fuhrer" lo desiderasse. Questa è, per quanto ne posso vedere, la direzione che stiamo prendendo, anche se, naturalmente, il processo è reversibile.

Per quanto riguarda Gran Bretagna e Stati Uniti, non ci sono ancora tendenze totalitarie e questo è molto promettente. Credo profondamente, come ho spiegato nel mio libro "Il leone e l'unicorno", nel popolo inglese e nella sua capacità di centralizzare l'economia senza distruggere le libertà. Ma va ricordato che Gran Bretagna e Stati Uniti non hanno conosciuto veramente la sconfitta e la sofferenza, e ci sono alcuni sintomi negativi che bilanciano quelli positivi. Innanzitutto c'è una generale indifferenza al declino della democrazia. Si rende conto, per esempio, che in Inghilterra nessuno sotto i 26 anni può votare e che, per quanto si può vedere, la maggior parte delle persone di quell'età non dà importanza al voto? In secondo luogo […] gli intellettuali inglesi si sono opposti a Hitler, ma al prezzo di accettare Stalin. La maggior parte di loro è tranquillamente favorevole ai metodi dittatoriali, alla polizia segreta, alla falsificazione della storia, ecc., se si tratta di farlo dalla "nostra" parte. Dire che non abbiamo un movimento fascista in Inghilterra significa sostanzialmente che i giovani, in questo momento, cercano il loro "fuhrer" altrove. […] Se si proclama semplicemente che tutto va per il meglio e non si guarda ai sintomi più sinistri, non si fa altro che aiutare il totalitarismo ad avvicinarsi sempre più. […] Ma se penso che la tendenza mondiale sia verso il fascismo, perché supporto la guerra? [...] Conosco abbastanza bene l'imperialismo britannico perché non mi piaccia, ma lo supporto contro quello nazista o giapponese, come male minore. Allo stesso modo vorrei sostenere l'URSS contro la Germania perché penso che l'Unione Sovietica non può sottrarsi del tutto al proprio passato, e conserva abbastanza delle idee originali della Rivoluzione da essere un fenomeno più promettente della Germania Nazista. Penso, e l'ho pensato fin da quando è iniziata la guerra, nel 1936 o giù di lì, che la nostra causa è quella giusta, ma dobbiamo continuare a fare meglio, cosa che comporta una costante critica.”

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