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Gente dovunque, la televisione della realtà

Sempre più spesso le persone comuni compaiono in tv, ecco perché

Link, gente dovunque

Giulio Passerini

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In origine era la sora Cesira che chiamava da Casal Val d’Arno per indovinare quanti fagioli c’erano nel barattolo. Ma basta distrarsi un attimo ed ecco che i palinsesti tv si riempiono di aspiranti chef che fanno gli assicuratori, neomamme sedicenni che raccontano le pappine, cugini che si ritrovano in Argentina e Perù. Negli ultimi anni, in televisione, abbiamo assistito a un dilagare della gente comune e a un frequente ricorso alla realtà -vera o presunta- come base di partenza per programmi e varietà. La domanda è: perché, e perché proprio adesso. Ne parla Gente dovunque l’ultimo numero di Link, l’ottima rivista dedicata alla televisione diretta da Fabio Guarnaccia, edita da RTI. Al centro, quella galassia di programmi definiti ‘unscripted’ (ovvero non sceneggiati) che hanno la pretesa di raccontare la realtà e le persone così come sono.

Galassia unscripted
Sconosciuti, Alta infedeltà, Morti e stramuorti, 16 anni incinta e in parte anche i talent più celebrati come X-Factor o Masterchef rientrano nella categoria. Format di questo genere si distinguono per l’attenzione al casting a discapito della recitazione (buona la prima, è sulla sincerità che si reggono gli archi narrativi), al montaggio più che alla regia (sullo schermo le cose succedono solo se in postproduzione c’era qualcuno a raccontarle con la musica e il ritmo giusti), al racconto di quanto accaduto più che alla scrittura originale di un copione.

Tratto da una storia vera
Sembra insomma che ci sia un gran bisogno di storie che sembrino  vere. Se ciò sia dovuto a una progressiva emancipazione del pubblico rispetto alle tradizionali logiche narrative della televisione o un’accettazione di un confine fra vero e falso sempre più sottile, non è dato saperlo. ‘Vogliamo essere intrattenuti da gente che affronta i nostri stessi problemi’ afferma  Jim Allen di Zodiak, e sarebbe per questo che certe storie hanno un appeal speciale: si può sempre imparare qualcosa. Per Simona Ercolani (Stand by me) ‘Questa tv risponde al bisogno e al desiderio della gente di essere rappresentata, di dare un senso al proprio anonimato. Se vedi raccontare la storia di un pescatore qualsiasi come se fosse il capitano Achab, allora diventa un eroe, e anche lui finisce per sentirsi un eroe nella sua quotidianità. Tutto questo diffonde un certo ottimismo nel pubblico’.

Lacrime di coccodrillo
Non bisogna crede tuttavia che le cose sullo schermo semplicemente capitino: ‘unscripted’ non vuol dire ‘unwritten’. A differenza dei programmi dotati di copione, servono centinaia di ore di girato per produrre una singola ora di montato. Ore in cui bisogna fare succedere delle cose. A volte c’è bisogno di fare piangere un concorrente per mostrare la sua emotività e rafforzare il legame con il pubblico, confessa Peppi Nocera (Magnolia). Così come creare frizioni e competizioni fra i giudici di gara. Le dinamiche fra i protagonisti risentono di continui ritocchi nel corso dei programmi per essere rese più avvincenti. E nel caso di una storia vera, non è infrequente aggiungere un personaggio o colorare un po’ quelli che ci sono già se questo può aiutare a conseguire il risultato a cui si ambisce.

The show must go on
È intrattenimento, non giornalismo, e questo è bene rimarcarlo. Ciò non toglie però che certi limiti etici non possono essere superati. Gli uomini e le donne dello spettacolo sanno come funziona la televisione, ma le persone comuni no, e il rischio che possano rimanere stritolati da qualcosa di troppo grande è concreto. ‘Una delle problematiche maggiori è derivata dai social media’ afferma Jim Allen. ‘Giocano un ruolo molto importante nella vita degli adolescenti. Ma, si sa, le persone su Twitter o Facebook non si preoccupano nel postare commenti negativi e offensivi: una delle sfide che la tv dovrà affrontare nei prossimi anni è quella di prestare attenzione al contributo apportato dai social, perché le persone scrivono cose orribili relative a ciò che vedono in televisione’. Secondo Simona Ercolani ‘È importante avere rispetto per quello che si sta raccontando: non dobbiamo essere dei predatori […] ci sono  confini da non valicare’. Per Sergio del Prete (Discovery Italia): ‘Mostrare la realtà e la sua parte straordinaria genera anche polemiche e discussioni, che però chi produce questo genere di programmi accetta convinto che sia sempre importante raccontare mondi poco conosciuti e sorprendenti’.

Empatia portami via
Sul tema è interessante leggere l’opinione di un’autrice che molto ha scritto di televisione, Violetta Bellocchio: ‘Le nicchie, per i docu-qualcosa, funzionano sempre […] La selezione stessa, però, comporta una relativa perdita di umanità […] La nicchia prevede un noi e un voi, e la linea che separa noi e voi non può essere varcata facilmente. Da un lato c’è il diverso, dall’altro c’è chi è come tutti gli altri […] La domanda è: esiste un momento in cui scatta una scintilla di comprensione reale verso il mondo rappresentato, oppure la distanza di sicurezza viene sempre fatta rispettare?’.

L'anno che verrà
La voce più schiettamente autocritica sulla categoria -ma soprattutto ironica- è quella di Arnaldo Greco (autore per Endemol) che firma una spassosa fenomenologia della gente comune in tv: dalla professoressa democratica al giovane in quanto giovane, dal pubblico con caciotta all’intellettuale d’occasione. Una galleria degli orrori che sarebbe bello abbandonare in questo anno che verrà.   

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