Genitori famosi, i figli si sfogano nei libri

Chi ha padri ingombranti ricorre spesso alla scrittura. Ma fare i conti in pubblico non sempre funziona...

Credits: Corbis, A3, A. Canale

di Marco Filoni

Nel nome del padre. Liti, conciliazioni, vendette, eccessi. Succede quando il figlio inizia a fare i conti con la propria identità, magari ricostruendo la biografia e il proprio percorso. E allora ecco che i padri vengono chiamati in causa. È il caso, recente, del bel libro di Alexander Stille, La forza delle cose, appena mandato in libreria da Garzanti, con la colpevole mancanza di un indice dei nomi. Qui il padre Ugo Stille, figura importante della storia italiana, non ne esce proprio bene: pubblicamente un grande personaggio, ma privatamente piccolo e meschino, legato al denaro e persino violento. Vicende complesse, certo. Come quella che ha visto coinvolto Gad Lerner, che nel suo bellissimo Scintille parlava fra l’altro del padre, Moshé (o il "vero Lerner" come dice lui), che non ha apprezzato e ha querelato il figlio. Rapporti burrascosi in famiglia pure fra Cristiano De André e sua figlia Francesca, che però finora non ha ancora fatto i conti pubblicamente col padre. Insomma, a un certo punto sembra quasi che il complesso di Edipo, fino a quel momento rimandato, emerga con tutta la sua forza e chieda di essere risolto sull’altare della pubblica opinione. Naturalmente con tutti i distinguo del caso (più è famoso il padre e più forte è la tentazione di costruire la propria identità in sua opposizione).

Eppure è come se il padre fosse un corpo immortale scisso in due componenti, logos e seme, natura e ragione – come era nel Medioevo il corpo del re, il sovrano che si compone di due membra: una carnale, fugace e mortale; l’altra politica, eterna, che si estende sin nei corpi dei sudditi che egli governa e di cui è sovrano. Nasce così la figura del padre-padrone, che sovranamente dispone dei propri figli. I quali a un certo punto si ribellano – la frattura rappresentata dalla Rivoluzione francese: come dirà Honoré de Balzac, tagliando la testa al re si sono fatte cadere le teste di tutti i padri di famiglia. Nulla di nuovo: sull’ordine simbolico del figlio che è pronto a sacrificare il padre (non è più Isacco sull’altare ma il padre Abramo) abbiamo costruito un registro a cui la storia continua ad attingere. Ci ribelliamo a quella tradizione evocata da Orazio in una sentenza famosa e terribile: "Noi valiamo meno dei nostri padri e i nostri figli varranno meno di noi". Ognuno farà i conti con queste antiche retoriche, ognuno metterà sull’altare chi vuole, ognuno farà i conti col proprio nome, con la propria identità. Ma non è detto che tutto questo si debba trasformare in una seduta psicanalitica alla Woody Allen a cui siamo chiamati ad assistere. Pagando, per di più, persino il biglietto.

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