'Resta anche domani' di Gayle Forman: un estratto dal romanzo

Il libro era già uscito Italia nel 2009. Ora torna in una nuova edizione e diventa un film, nelle sale dal 18 settembre

Libri Mondadori

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Resta anche domani  è il romanzo Gayle Forman pubblicato per la prima volta nel 2009 e ora tornato nelle librerie in una nuova veste per un'occasione speciale: dal libro è stato tratto un film che sarà nelle sale italiane dal 18 settembre, diretto da R. J. Cutler e interpretato da Chloë Grace Moretz.
La protagonista e voce narrante di Resta anche domani è una ragazza in coma per via di uno spaventoso incidente automobilistico. Qui sotto pubblichiamo un estratto dalle prime pagine del romanzo.

 

Non ti aspetteresti che la radio continui a funzionare, dopo. Eppure è così. La macchina viene completamente sventrata. L’impatto con un enorme furgone lanciato a cento chilometri all'ora, che investe in pieno il lato passeggeri, ha l’effetto di una bomba atomica. Le portiere vengono divelte e il sedile del passeggero è sbalzato fuori dal finestrino del guidatore. La macchina cappotta e rotola lungo la strada, il motore si squarcia. Pneumatici e cerchioni finiscono catapultati in mezzo al bosco. Alcuni pezzi di serbatoio si incendiano e minuscole fiammelle lambiscono il ciglio della strada umida. 
Il fragore è stato tremendo. Una sinfonia di cigolii, un coro di schianti, un’aria di esplosioni e, per finire, il sordo frusciare del metallo tra il fogliame. Poi il silenzio, tranne un suono: le note della sonata numero 3 per violoncello di Beethoven. Incredibilmente l’autoradio è rimasta attaccata alla batteria, così Beethoven continua a diffondersi nella quiete irreale di questa mattina di febbraio.

La prima impressione è che non sia successo niente di grave. Tanto per cominciare, sento ancora Beethoven. E poi sono in piedi, nel mezzo di un fosso sul ciglio della strada. Abbasso lo sguardo e riconosco la gonna jeans, il cardigan di lana e gli stivali neri che indossavo stamattina quando siamo usciti di casa.
Mi arrampico sul terrapieno per dare un’occhiata alla macchina. O a quel che ne resta. Uno scheletro di metallo, senza sedili né passeggeri. Il resto della mia famiglia dev'essere stato sbalzato fuori dall'abitacolo come me. Mi pulisco le mani sulla gonna e risalgo lungo la strada per cercarli.

Il primo che vedo è papà. Anche a parecchi metri di distanza, riesco a individuare la pipa che spunta dalla tasca della giacca. — Papà — chiamo, ma mentre mi avvicino scivolo sull'asfalto, cosparso di una sostanza grigia che ricorda un cavolfiore spappolato. Capisco subito di che cosa si tratta, ma non lo collego immediatamente a mio padre. Mi vengono in mente i servizi televisivi sugli uragani o sugli incendi, capaci di devastare una casa senza nemmeno sfiorare quella vicina. Brandelli del cervello di mio padre sono sparsi sull'asfalto, ma la sua pipa è ancora intatta nel taschino sinistro della giacca.

Poi vedo mamma. Non c’è quasi sangue su di lei, ma le labbra sono livide e quello che dovrebbe essere il bianco degli occhi è completamente rosso, come in
un film dell’orrore dagli effetti speciali scadenti. È assolutamente irreale. Al vederla con quello spaventoso aspetto da zombi, mi assale un’ondata di nausea.

Devo trovare Teddy! Dov’è finito? Mi volto di scatto, in preda all’angoscia, come quella volta che l’ho perso di vista per una decina di minuti al supermercato. Ero convinta che l’avessero rapito, invece si era solo allontanato per andare a curiosare tra i dolciumi. Quando l’ho trovato, non sapevo se abbracciarlo o fargli una scenata.

Torno di corsa verso il fosso e vedo una mano sporgere. - Teddy, sono qui! - grido. — Dammi la mano. Ora ti tiro fuori. — Mentre mi avvicino, però, noto il luccichio metallico di un braccialetto d’argento con due ciondoli, uno a forma di violoncello e l’altro di chitarra. Me l’ha regalato Adam per il mio diciassettesimo compleanno. È il mio braccialetto. Lo portavo stamattina. Abbasso lo sguardo. Ce l’ho ancora al polso.

Mi avvicino di più e mi rendo conto che non è Teddy quello steso a terra. Sono io. Il sangue ha impregnato la camicia, la gonna e il maglione, e gocciola sulla neve immacolata come vernice. Una gamba è di sghembo, con la pelle e i muscoli dilaniati, tanto che in alcuni punti si intravede il bianco dell’osso. Ho gli occhi chiusi e i miei capelli castani sono impastati di sangue rappreso color ruggine. 

Volto la testa dall'altra parte. C’è qualcosa che non va. Non può essere. Siamo una famiglia partita per una gita, ecco la verità. Tutto questo non è reale. Devo essermi addormentata in macchina. No! Per favore, basta. Ti prego, svegliati! grido all’aria gelida. Fa freddo, dalla mia bocca dovrebbe uscire una nuvoletta di fumo. Invece nulla. Mi guardo il polso, quello apparentemente illeso, risparmiato da quella carneficina, e mi do un pizzicotto con tutte le mie forze.

Non sento niente di niente.
Mi è capitato di avere incubi in cui sognavo di cadere, di suonare il violoncello in pubblico senza conoscere la musica, di rompere con Adam. Ma sono sempre riuscita a costringermi ad aprire gli occhi, a sollevare la testa dal cuscino e fermare il film dell’orrore che scorreva dietro le palpebre. Ci riprovo. Svegliati! urlo. Svegliatisvegliatisvegliati! Ma non posso. Non ci riesco. 

Poi sento qualcosa. La musica. Posso ancora sentire la musica. Mi concentro su quella. Muovo le dita e seguo le note della sonata per violoncello numero 3 di Beethoven, come faccio spesso quando ascolto i brani su cui mi esercito. Adam lo chiama il “violoncello invisibile”. Dice sempre che un giorno potremmo suonare a due, lui la sua chitarra invisibile e io il mio violoncello invisibile. «Alla fine del concerto, possiamo anche sfasciare gli strumenti» scherza. «Lo so che non vedi l’ora di farlo.»
Suono, mi abbandono completamente alla melodia, finché la macchina non dà l’ultimo segno di vita e la musica cessa.
 Poco dopo arrivano le sirene.

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