Feticci letterari? Qui Gadda ci cova

A 40 anni dalla morte l'autore dell'Adalgisa è diventato un comodo passepartout per salotti culturali

Carlo Emilio Gadda (Credits: Ansa)

Roberto Barbolini

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Sgombriamo subito il campo da un equivoco: considero Carlo Emilio Gadda un grande scrittore. Il suo ubriacante estro linguistico, il suo barocco mai esornativo, radicato nella realtà stessa delle cose, lo hanno condotto a esiti straordinari nei "disegni milanesi" dell'Adalgisa, nei racconti degli Accoppiamenti giudiziosi, in molte parti del Pasticciaccio o dell’incompiuta Cognizione del dolore. Certe sue frasi le so a memoria e a volte me le ripeto come un mantra propiziatorio: "Vagava, sola, nella casa. Ed erano quei muri, quel rame, tutto ciò che le era rimasto…". Ditemi voi se non è un bellissimo incipit. Ma allora perché, invece di rallegrarmi, provo una punta di disagio sempre più accentuata nei confronti dell’esaltazione acritica che da ogni pulpito viene oggi tributata allo scrittore milanese?

A 40 anni dalla sua scomparsa (21 maggio 1973), Gadda è diventato un feticcio intoccabile. E il gaddismo rischia di trasformarsi in una tabe letteraria come fu il petrarchismo. Sia chiaro: qui non è in ballo il valore di Gadda, anche se bisognerà pur ammettere che non sempre la sua urticante nevrosi scrittoria ha prodotto frutti dello stesso livello, basti pensare a prove minori come Il primo libro delle favole. Il punto però è un altro. La canonizzazione di Gadda è in realtà un gigantesco alibi collettivo. Funziona come autopromozione culturale per i molti che l’hanno al massimo sentito nominare, ma ci tengono ad apparire up-to-date. Il loro motto potrebbe essere: santificarne uno per ignorarne cento.

Un po’ lo fanno anche i giornali e le case editrici: per un Gadda osannato e filologizzato, quanti scrittori sommersi o ignorati. Pensiamo solo a un grande irregolare delle nostre lettere come Antonio Delfini, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario della morte, ancora in attesa di un’edizione  complessiva della sua opera. Ma Gadda: ah, Gadda! Se ne riempiono la bocca sia quelli che l’hanno letto e lo imitano malamente, i "qui Gadda ci cova" che sono l’equivalente dei petrarchisti di cui sopra, sia quelli che fingono di idolatrarlo, poi scrivono (o leggono) thriller e noir scadenti in un italiano basico che è il contrario del suo arduo e salutare impegno stilistico. A forza di passaparola, Gadda è ora un passepartout per tutti gli usi. Ma rimane uno scrittore che, nonostante le molte autocandidature, non ha "nipotini". Salire in solitario free climbing le pareti di sesto grado della sua scrittura, stando ben lontani dalla cultura della chiacchiera e dalle sue ambigue celebrazioni, rimane il modo migliore di rendergli omaggio. 

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