Gabriele D'Annunzio e Alessandra Carlotti di Garda, la Nike a cui il vate donò corpo e cervello

Dopo anni di oblio, tornano alla luce le lettere d’amore tra i due. Che diventeranno anche un libro

Credits: G. Giovannetti

di Giordano Bruno Guerri*

L’amore fra Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse, fondatori ufficiali del divismo di coppia, finì nel modo più banale: una forcina trovata da lei nel letto di lui. L’antico accessorio apparteneva alla marchesa Alessandra Starabba di Rudinì, figlia di Antonio, ex presidente del Consiglio. Nel 1903 Alessandra aveva 27 anni, lui 40, era alta più di 1 metro e 80 e lo superava di una testa. Bellissima, aveva sposato l’anziano marchese Carlotti di Garda, che l’aveva lasciata vedova con due figli. "Creatura forte e sana", "miracolo biondo", venne ribattezzata "Nike" dal poeta.

Lei cedette presto al corteggiamento, nonostante gli scrupoli religiosi, tanto che alla fine del 1903 i due si donarono reciprocamente il corpo, compreso il "cervello meraviglioso" di Gabriele, con un atto notarile. All’inizio del 1904 Nike si trasferì alla Capponcina, la villa di D’Annunzio sulle colline di Firenze. Portò con sé un bisogno di lusso pari a quello di lui. I domestici passarono da cinque a 21, i cavalli da due a 10 e i cani da quattro a 50. Mentre per Gabriele si avvicinava la rovina che nel 1910 avrebbe portato al sequestro di tutti i suoi beni, il padre di Alessandra le tagliò i finanziamenti e le fece togliere anche la patria podestà sui due bambini.

Mentre D’Annunzio scriveva La fiaccola sotto il moggio e La nave, nell’estate del 1905 Nike dovette sottoporsi a tre interventi chirurgici per il "più feroce male che possa devastare il grembo di una donna", un tumore alle ovaie. Lui fu un infermiere premuroso e sensibile, sempre presente, e addirittura andò in Svizzera per avviare le pratiche del divorzio dalla moglie Maria. In settembre, però, scoprì "l’orrenda verità": l’amante aveva iniziato a iniettarsi dosi sempre maggiori di morfina. Il "mostro vorace" era una droga inaccettabile per lui, molto più incline a ricorrere, casomai, agli eccitanti: "Perché la gioia dell’amore non vinse la delizia del tòssico?". Dopo un anno, Alessandra si trasferì a Roma, in un appartamento a Palazzo Zuccari (quello in cui sono ambientate molte pagine del Piacere), in via Gregoriana. Gabriele frequentava da tempo la contessa fiorentina Giuseppina Mancini, che diventerà (anche lei fra un pentimento religioso e l’altro, destinata a finire in manicomio) la più furibonda passione erotica di tutta la sua vita.

Come per molte altre donne lasciate da D’Annunzio, il futuro di Nike sarebbe stato infelice. Liberata dalla morfina, entrò in un convento di carmelitane in Francia, con il nome di suor Maria di Gesù. Qualcuno continuò a descriverla, ancora sensibile alle delizie della vita lussuosa, in periodici shopping a Parigi e Roma, ma fra le consorelle era apprezzata per le pratiche di mortificazione della carne. Il destino le si accanì contro, prima con la morte dei figli per tisi, poi con il suicidio del fratello. Grazie al denaro lasciato dal padre fece in tempo a fondare tre conventi, prima di morire, a 54 anni, nel 1931, in una clinica di Ginevra.

La corrispondenza fra Alessandra e Gabriele, inedita, è stata recuperata da poco. Le lettere di lei erano state sottratte al Vittoriale nel 1963, e quasi mezzo secolo dopo ne ho ritrovata buona parte in un caveau svizzero; subito dopo sono state messe all’asta, e acquisite dal Vittoriale, quelle di lui: circa 150, come l’anniversario che si sta per celebrare. Oggi una consorella di Alessandra, Cristiana Dobner, nella cella del suo convento sta ultimando un saggio su Nike e Gabriele. Siamo in fitta corrispondenza online.

* presidente Fondazione Il Vittoriale degli italiani

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