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Franco Cordelli, 'Una sostanza sottile' - La recensione

Antropologia, poesia, malattia: storia sentimentale di un'esperienza sul campo della vita

Una sostanza sottile

Una sostanza sottile, particolare dell'immagine di copertina – Credits: Alighiero Boetti, Aerei, particolare. Collezione privata. © Alighiero Boetti / Siae 2016

Una figlia e un padre nell'accaldato luglio provenzale. Lei registra e trascrive: silenziosa, paziente, affettuosa, timoniere di un vascello sempre sul punto di sbandare alla deriva sotto le onde dei ricordi. L'altro racconta, vaga di notte e divaga nel giorno, scolpisce racconti effimeri come risacca compiacendosi della propria dotta boria fra sentenze e conquiste, provocazioni e autoinganni, in un guazzabuglio inquieto di verità e finzione. Sfidando le trappole di quella "bestia pericolosa" che è la memoria, Franco Cordelli ha costruito una dodecafonia letteraria dal titolo alchemico: Una sostanza sottile.

Il corpus narrativo si fonda sulla memoria ospedaliera di un sopravvissuto: medici, infermiere, sale di rianimazione, compagni di corsia, visitatori, amici e nemici di un circo disperato che somiglia un po' alla vita. Ma il diario clinico che avrebbe voluto essere una presa per i fondelli della superficialità si allarga come una rotatoria dell'essere, svincolo esistenziale di un uomo lievemente autistico ma dalla curiosità e dall'eloquio incoercibili, "innamorato dell'assenza come luogo ideale dell'incontro". Come si muore, o meglio ecco perché si muore, o ancora tutto muore, o anche: in un modo o nell'altro si muore sempre all'improvviso. Faceva sempre così, spiega la narratrice, si metteva a raccontare e poi divagava, e quando se ne accorgeva "si fermava di colpo, come per rimproverarsi di un errore".

Gli eventi storici si mescolano allora alla quotidianità in corsia, i personaggi veri a quelli immaginari o letterari, le riflessioni ai ricordi e ai sogni, i sogni alla realtà, i pensieri sulla morte a quelli sulla vita - la madre, il padre, la moglie, le amanti - e su una psicanalista lacaniana dal nome paradossale: Michèle Jung. Il magma fuoriesce dal potere ipnotico della scrittura come miraggio dell'inconscio, quell'impulso a uscire da se stessi definito a un tempo intimo e lacerante. Ma lo sradicamento dell'io e degli emboli sparsi nella gabbia del corpo sono le due facce della medesima ipocondria cognitiva. Vero, verosimile, autobiografia o autofiction. Chi se ne importa in fondo, se ogni testo non è che un pretesto. Cordelli è forse uno dei pochi scrittori capaci davvero di scrivere con il corpo, rendendo sensuale l'antropologia di Malinowsky e filosofico un esame della prostata...

La Provenza dall'apparenza gentile e profumata è la scostante coprotagonista di Una sostanza sottile. Obnubilata di storie e memorie da Avignone a Glanum, da Saint-Rémy al Ventoux, sopporta da secoli i luoghi comuni petrarcheschi, l'astuzia dei Romani, la prudenza della chiesa cattolica, la "follia dolce e fraterna di Van Gogh" e quella ben più morbosa del Marchese de Sade, per non parlare dell'irlandese Lawrence Durrell che vi svernò in vecchiaia consegnando alla storia il suo ultimo fallimentare romanzo. Sole e vento, silenzio e paura, libertà e prigione. In un labirinto di quiete apparente, con i caffè dei mille borghi sempre pieni di gente e il festival avignonese a ritmare l'estate, la Provenza scorre dal finestrino come un incantato non-luogo.

I codici affettivi nelle relazioni umane sono invece l'autentica sostanza sottile del romanzo. Cordelli li ha camuffati, trasfigurati, metaforizzati alla sua maniera saccente burbera e burlona, bluffando come un consumato pokerista sui dualismi che la natura costantemente ci propone: fisicità e trascendenza, sesso e amore, matematica e metafisica, immanenza e durata, gentilezza e orrore, biologia e cultura, coscienza e incoscienza, sanità e malattia, bellezza e decadenza. E mille altre coppie generate dalla fissazione del desiderio. Nel flusso, lo scrittore s'inabissa come uno che finge di non avere opinioni su nulla.

La ragnatela delle digressioni distrae però dal nocciolo affettivo della guarigione: il rapporto padre-figlia che sboccia a una fragile, sottile intimità nel tempo regalato della post vita. Consegnando alla figlia il ruolo di io narrante, cioè il timone dello zigzagante memoir, l'egocentrico scrittore e viveur si impone un alter ego attratto da una dimensione teneramente amorosa, in uno sfiorar di mani che parla di cose antiche. Accede così al quel posto dell'anima dove i pensieri stanno più volentieri in silenzio, e dove i simboli testimoniano l'eternità viva dei vincoli familiari contro le leggi universali e statiche fatte dagli uomini.

Nella sabbia mobile fra vita, letteratura e psicanalisi Una sostanza sottile - romanzo intrinsecamente potenziale - lascia incisa la sua traccia. L'ambizione di mettersi in pari coi ricordi del passato attraverso le parole dei libri conduce alla salvezza e alla rovina, come vaticinò Ray Bradbury in Farenheit 451. Man mano che si invecchia infatti i fili si aggrovigliano e l'urgenza del tempo che passa fa sbiadire l'illusione della durata. Perfino la fede nella letteratura svanisce, aggiunge Cordelli, e la memoria diventa un'alleata incerta nel ricostruire chi siamo.

Il grande mistero dei figli restano i genitori. Attraverso il medium affettivo dell'amor filiale la parola poetica sembra però in grado di illuminare ancora frammenti del mondo perduto. Di quei frammenti è disseminata Una sostanza sottile, come tante pepite o profezie abbandonate a caso sul fondo del mare.

Franco Cordelli
Una sostanza sottile
Einaudi
264 pp., 21 euro

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