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La Folie Baudelaire di Roberto Calasso: gli artisti snobbati vanno in copertina

Una controstoria dell’arte attraverso le cover dei volumi Adelphi. Incontro esclusivo con il direttore della casa editrice milanese

"Waiting Room II", opera del 1982 di George Tooker (un particolare).

Torna in libreria il volume di Roberto Calasso La Folie Baudelaire (Fuori collana Adelphi, 442 pagine, 100 euro). Questa seconda edizione è spettacolare: 281 immagini accompagnano il gran tuffo in quell'onda anomala, Charles Baudelaire appunto, che tracimò sul paesaggio delle arti francesi dell’800. Siamo con Calasso nel suo studio all’Adelphi, casa editrice che dirige dal 1971. E parliamo del libro, ma anche di arte, di copertine scelte con cura, del suo amore per la pittura.

Glorificare il culto delle immagini, "la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione": Calasso, questa è la celebre asserzione di Baudelaire che lei sottoscriverebbe.
È un punto che mi riguarda da sempre. Fin dal mio primo libro, L’impuro folle del 1974, ho incluso immagini che fossero parte del testo, che lo intersecassero. Con esse affiora sempre qualcosa che per altre vie non emergerebbe. Allora non si usava, oggi lo si fa anche troppo. E così è stato anche per altri miei libri. Per Ka ho cercato le prime immagini attraverso le quali l’Occidente ha visto e filtrato l’India.

E per La Folie qual era la sfida?
Decine e decine di migliaia di immagini setacciate. Volevo qualcosa che fosse il più affine possibile al sensorio di Baudelaire e a ciò che il libro raccontava. Questo equivale a connettersi con un repertorio visivo dal ventaglio cronologico amplissimo, che va da certi quadri e fotografie del tempo fino a una testa in bronzo che proviene da scavi molto recenti in Cina ed è databile al XII secolo a.C. Incarna imprevedibilmente l’essere mostruoso al quale Baudelaire, nel suo sogno del museo-bordello, alla fine si avvicina. Mi serviva l’immagine che gli corrispondesse.

Si aziona una specie di caccia all’immagine giusta, una riconvocazione di fantasmi.
Ho incontrato molte sorprese. Anche preziose. Come filo conduttore, e già dalla copertina, sono state le immagini di quel beffardo visionario che fu Jean-Jacques Lequeu. Mentre Sarah Goodridge... a proposito, sa chi era?

Assolutamente no.
Una compunta signorina americana del primo ’800, che a un certo punto invia a un suo amico questo acquerello su pochi centimetri d’avorio...

Un seno nudo e bianchissimo.
E lo intitola Bellezza svelata. È un’immagine che introduce a una certa metafisica della manifestazione che è implicita in Baudelaire, dove manifestarsi è anche prostituirsi.

Dunque c’è sempre un nesso tra parola e immagine?
Le immagini sono tutte in rapporto con un dettaglio del testo, che può essere un paragrafo, una frase o anche una singola parola. Un buon lettore potrebbe divertirsi a individuare una per una queste connessioni.

Nel suo lavoro di editore qual è la funzione delle immagini?
Fin dall’inizio in Adelphi abbiamo dedicato molta attenzione a questo aspetto. La copertina è importantissima, meno l’editore parla con le parole, e più con un colore o con un’immagine, meglio è. Nel corso del tempo noi abbiamo accumulato centinaia di immagini, alcune forse adatte per libri che un giorno vorremmo pubblicare.

Già, nella letteratura come Pinacoteca Universale... Però ho sempre notato un certo gusto Adelphi, autori ricorrenti.
Vediamo, chi ha individuato?

Alex Colville. E poi Léon Spilliaert, simbolista belga, lui è molto presente, no?
Decisivo per certi autori.

C’è molto nelle copertine di Georges Simenon...
E in Thomas Bernhard. Ma abbiamo pubblicato spesso anche quadri di Vallotton, George Tooker, Willink, Hammershøi, Andrew Wyeth. Il Kostantin Somov in Ada di Nabokov risponde al fatto che la madre del narratore del libro ne aveva uno nel suo boudoir.

Tutti autori osservabili in un’atmosfera di realismo magico, bellissimi, ma ignorati dal pensiero unico della critica.
Nel complesso ha ragione: c’è tutta un’altra storia dell’arte che sta venendo fuori e che allarga di molto il raggio d’esplorazione rispetto a quella linea dritta che va da Eugène Delacroix all’Impressionismo, poi arriva alle avanguardie e alla Pop art, linea che si sta sbriciolando. È una vulgata progressista modernista che non regge.

Parecchi autori sono sconosciuti.
Di alcuni so molto poco anch’io. E il fatto di essere ignoti è spesso un vantaggio. Poi ci sono certi artisti che non si utilizzano non perché non siano magnifici ma perché troppo legati alla loro stessa cifra, al loro segno. Vale per Picasso, per Klee, che pure è un genio. Come può immaginare un Pollock su una copertina? Sarebbe stridente. I più efficaci sono i quadri che sanno suscitare stupore per l’immagine stessa, senza che se ne riconosca subito l’autore.

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