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Finnegan, Giorni selvaggi

Il memoir sul surf vincitore del Premio Pulitzer 2016, tra romanzo di formazione e saggio sportivo

finnegan

Matilde Quarti

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Tra i premi letterari il Pulitzer è senza dubbio tra i più ambiziosi, e vincerlo con un’opera venuta alla luce dopo vent’anni di gestazione – possiamo ben immaginarlo – è più di un riconoscimento, è un’incoronazione.
È quello che è successo ad aprile al reporter William Finnegan, con il suo memoir sul surf Giorni selvaggi, (66thand2nd, 2016): un testo di natura ibrida, che nasce come autobiografia, ha la felice narrazione, vivida e dettagliata, dei romanzi di formazione, e l’accuratezza terminologica e tecnica di un saggio sportivo. Giorni selvaggi nasce infatti come il racconto di una passione, la cui genesi è ricercata dall’autore nei meandri della memoria, dalla comprensione delle cause che l’hanno, in giovanissima età, innescata, al novero delle onde cercate, di quelle trovate e di quelle perse. In mezzo? La vita.

Barbarian days
Le scelte di vita del giovane – e anche non più giovane – William sono indirizzate da un’unica ossessione: la ricerca dell’onda perfetta. Dove vivere, quanto e quando viaggiare, sono tutte decisioni prese in base al richiamo del mare. Una scelta tutt’altro che edonistica, quella di un’esistenza raminga, fatta di fatica e privazioni e non certo delle immagini da cartolina che abbiamo in mente quando pensiamo a dei biondi surfisti californiani: non a caso, il titolo inglese dell'opera è Barbarian Days. La fatica e lo sforzo sono elementi che caratterizzano tutti gli sport, ma a questi vanno aggiunti l’attesa, magari di una notte intera passata ad aspettare il formarsi delle onde, e lo studio lungo e continuato delle zone migliori per surfare, quindi dei venti e dei fondali, ma anche delle onde stesse, in ogni zona diverse. E poi ci sono i piedi, ridotti a una tartare a furia di incespicare per le scogliere, e ci sono i luoghi in cui andare a caccia di onde, come il Sud Pacifico o l’Africa, sempre nuovi e diversi, a cui adattarsi sia socialmente che culturalmente.

The catcher in the sea
Per Finnegan il surf, lo ha ammesso l’autore stesso, è profondamente legato all’esperienza umana e di condivisione. Seppur si tratti di uno sport solitario, in cui l’uomo e l’onda dialogano in un rapporto esclusivo, per Finnegan è sempre stato frutto di coesione sociale. Ogni luogo raccontato nelle pagine di Giorni selvaggi è legato alle persone, che si tratti di altri surfisti, come il compagno di viaggio Bryan Di Salvatore, o di semplici complici delle sue avventure, come la fidanzata Caryn. È tramite l’altro che il giovane Finnegan cresce, come uomo e come surfista, e tanta parte dell’opera è infatti dedicata agli anni della prima adolescenza e dei primi legami umani: la fine delle elementari, le medie, l’inizio del liceo. Un incontro con l’altro che non è sempre positivo, le prime pagine di Giorni selvaggi sono piene di lotte, scazzottate, punizioni fisiche. Il mondo dei ragazzini degli anni ’50 e ’60 è spietato e non c’è posto per l’intervento degli adulti; la crescita è un processo scandito dallo scontro ed è il modo di rapportarsi ad esso che plasmerà la personalità del protagonista.

Onde psichedeliche
La storia sportiva ed esistenziale di Giorni selvaggi si inserisce dunque in un preciso contesto storico e sociale, che viene descritto da Finnegan con precisione, senza disdegnare di sporcarsi le mani con la politica (la stessa passione che riserva al surf, Finnegan la dedicherà al lavoro per cui scoprirà di avere una vera e propria vocazione nei suoi anni africani: il reporter). Una buona parte della narrazione si svolge negli anni ’60 e ’70, in cui Finnegan si muove in preda ad eroici furori, tra la ricerca di un’identità personale, le letture di Ginsberg e Kerouac, la musica di Jim Morrison, l’LSD e il rifiuto della politica guerrafondaia americana. Ma Finnegan non è un surfista fricchettone che disegna sulla sua tavola imprecisi simboli della pace e goffi elefanti: la sua comprensione del mondo passa attraverso lo sport, è veicolata da esso. Decifrare un’onda diventa dunque il mezzo per decifrare se stessi e il proprio modo di rapportarsi con l’oceano ma anche con la vita.   

William Finnegan
Giorni Selvaggi
66thand2nd, 2016
496 pp., 25 euro

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