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Fegato e salsicce cucinate da James Joyce

Cene d’autore/8 . Nell’Ulisse Mr. Bloom mangia spesso, scegliendo cibi piuttosto impegnativi, tra rognoni, sanguinacci, maiale e cipolle

(Credits: Ansa/Silvi)

Cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli, anzi da millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato, mettendo  a tavola i suoi principali personaggi. In dieci puntate , proviamo a raccontare il rapporto tra cibo e letteratura attraverso classici, romanzi e libri di successo.

Partiamo da lui, Mr. Bloom, il trentottenne agente pubblicitario di origine ebrea protagonista dell’Ulisse . James Joyce lo descrive come uno che «mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili». In particolare, «gli piaceva la spessa minestra di rigaglie, gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. E Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatico».

E il rognone infatti torna poco dopo. È una mite mattina di metà giugno. Il calendario porta la data del 1904. Per essere più precisi, «giovedì: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley: fritto nel burro, un zinzino di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugcaz».

La decisione è presa, la macelleria non dista tanto. Bloom «si fermò davanti alla vetrina di Dlugacz, a guardare le collane di salsicce, i sanguinacci, bianchi e neri…Mangiava con gli occhi le lustre filze di carne insaccata e inalava tranquillo il tiepido aroma del sangue di porco cotto e drogato. Un rognone trasudava gocce di sangue sul piatto di ceramica figurata; l’ultimo. Si fermò al banco accanto alla domestica dei vicini. Forse avrebbe comprato anche quello, leggendolo dalla lista che aveva in mano».

Come ha scritto Andrea Maia in Le osterie di Dublino (la traduzione che utilizziamo è pubblicata nel suo saggio, ndr), «per Leopold sensualità e gola si scambiano i termini di riferimento: le cosce della giovane cameriera dei vicini divengono prosciutti (cibo gustoso con in più il fascino della proibizione, in quanto la carne di maiale è vietata agli ebrei)».

Torniamo però al rognone. In un romanzo dove ogni parola è un allusione, anche quel cibo ha un suo significato. Intanto, serve da carta di identità del protagonista. Difficile trovare una caratterizzazione gastronomica più marcata: quella parte di animale preparata a colazione è come la pastasciutta sulle nostre tavole.

Oggi non è più un’abitudine radicata, ma nell’Irlanda del secolo scorso è un must, genere irrinunciabile. Delle tradizioni ebraiche, Leopold sembra quindi non curarsi. Ed il rognone tornerà più avanti nella giornata descritta da Joyce, quando verrà ordinato da un amico, stavolta in versione Steak and Kidney Pie, ossia di un pasticcio unito alla carne.

Nell’Ulisse, gli alimenti sbucano fuori ovunque. Maiale, fegato e cipolle entrano con forza nel flusso di coscienza. Sapori e odori offrono il destro allo scrittore di Dublino per inquadernare la sua poetica in uno spartito riconoscibile e di immediata comprensione. Finendo con il prevalere persino sul sesso.

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