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Expo illusioni: 'Contro l'urbanistica' di Franco La Cecla

Controguida alle icone urbane contemporanee: i contorni di una città, la sua identità, vanno cercati nella sua cultura al di là dei facili slogan

contro l'urbanistica

Contro l'urbanistica, estratto in copertina

Buongiorno Milano. Buongiorno Expo. Mi sono svegliato con l'euforia malinconica del milanese affacciato al palcoscenico della storia e passerò il ponte del primo maggio a fare il turista nella città del momento: la mia. Se solo riesco a districarmi. Ieri piazza del Duomo, con i candidi marmi della cattedrale illuminati dal sole del tardo pomeriggio, per un istante mi è sembrata bellissima. Circondata dall'abbraccio caldo di un melting pot disordinatamente allegro e curioso, tante facce esotiche mischiate agli impiegati appena usciti dal lavoro che cercavano di raggiungere la metropolitana. Ma con calma, felici per una volta di rallentare il passo. Il mondo ci guarda? Guardi pure. Anzi ammiri.

Poi sarà che è andato via il sole ma la piazza mi è apparsa per quello che era. Un megapalco montato proprio davanti al sagrato oscurava quasi per intero i piloni gugliati del Duomo. La gente era accalcata dietro un cordone della security posto a difesa di una gigantesca spianata di seggiole vuote: il centro della piazza pronto per la calata dei vip. In fondo, sul lato che guarda al Cordusio, enormi pannelli nascondevano la Mela reintegrata di Michelangelo Pistoletto, colossale ossatura metallica rivestita di erba, in attesa dell'inaugurazione. Il braccio di una gru scrutava la scena dall'alto in compagnia di Vittorio Emanuele II. Transenne, tubi, impalcature, tralicci. Perfino nello stretto passaggio tra i due corpi dell'Arengario era spuntato un simulacro Expo con tettoia in plexiglas. Mah.

Dov'è il nostro elegante salotto, 100 metri di lato minore, col suo gioco di vuoti e di pieni? Dove il famoso sagrato dalla pavimentazione a disegno di pietre e marmi realizzato da Pietro Portaluppi nel 1929? Che posto strano per chi ci arriva da fuori, dice l'antropologo Franco La Cecla nell'illuminante pamphlet Contro l'urbanistica. Milano sembra una città "volutamente trasandata. Come se la cifra più forte del suo attestarsi sulla bassa non sia il magnifico Duomo, ma l'assenza di dettagli, il voler comunicare qui non abbiamo tempo per la bellezza". Eppure Milano quanto è cambiata, solo nell'ultima decade. Fino al 2005 aveva cinque grattacieli, oggi sono una ventina più quelli ancora in costruzione. Ma i nuovi simboli, come piazza Gae Aulenti con le torri di vetro-cemento, sono stati progettati a tavolino.

I grattacieli, appunto. Dove l'urbanistica contemporanea ha fallito, secondo La Cecla, è nella pretesa di ridisegnare le realtà urbane dall'esterno, secondo parametri dettati da un altrove che non c'entra con la quotidianità di chi ci vive. Nuova star dell'utopia estetica defisicizzata, l'urban planner immagina le forme avendo perso la conoscenza vera della città, ignorando l'esperienza che passa dalla condivisione della vita quotidiana e abbraccia le prospettive dell'abitare come parte del decoro pubblico e della dignità umana. L'antropologia studia invece il farsi città attraverso la spontanea "produzione di società", le relazioni tra le persone, i modi di vivere, l'uso della corporeità nello spazio pubblico. La dimensione olfattiva e acustica, visiva e tattile di una strada.

La Cecla si immerge nelle città con passione, con la voglia intima di entrare in risonanza con il tessuto minuto e quotidiano della presenza fisica. La narrazione è entusiasmante specie quando il tondo cede il passo al corsivo, cioè quando il reportage si mescola al saggio analizzando la funzione simbolica del corpo durante le ultime rivolte sociali di piazza (Istanbul, Il Cairo, Hong Kong), la miseria e produttività degli slums di Mumbai (i poveri divenuti risorsa dei ricchi), il rito millenario del mangiare per strada da Yojakarta a Ragusa, l'ipertrofia della produttività imposta dalle multinazionali e il mito del consumismo in aspiranti world class cities come Kuala Lumpur e Dubai. Oppure Shanghai dove la municipalità ha condotto una campagna per dissuadere i cittadini dal recarsi nei centri commerciali o ai mercati in pigiama.

È nelle città che si gioca il destino della globalizzazione, conclude La Cecla, "perché è a partire da qui che se ne subiscono gli effetti o si resiste a essa". Forse dunque la priorità di Expo 2015 non è tanto che la città ospitante diventi un successo mondiale, meta di un pellegrinaggio al feticcio-merce come diceva Walter Benjamin, ma che tenga fede alle promesse del suo slogan "Nutrire il pianeta", ripensando alle disuguaglianze e agli egoismi del moderno agrobusiness che impediscono di vincere la fame nel mondo, al ruolo dei piccoli agricoltori e produttori, vitale per la conservazione della biodiversità, all'integrazione tra città e campagna e tra lavoro manuale e intellettuale. Per riportare cioè al centro dell'immaginario sociale una concezione dell'uomo, dell'ambiente e della società più equa e sostenibile.

Franco La Cecla
Contro l'urbanistica
Einaudi
148 pp., 12 euro

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