Eraldo Affinati, 'L'uomo del futuro' - La recensione

Uno scrittore in viaggio sulle strade di don Lorenzo Milani, un grande romanzo corale sull'intensificazione dell'esistenza

L'uomo del futuro

Ritratto di don Milani, particolare della copertina – Credits: © Olycom

Michele Lauro

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Questo romanzo è l'occasione di scoprire o riscoprire una figura unica nella storia italiana: don Lorenzo Milani, maestro e scrittore, educatore e politico, babbo e sacerdote, morto nel 1967 a poco più di quarant'anni, oggetto di una bibliografia cospicua eppure in fondo ancora sfuggente. E nello stesso tempo di appassionarsi a una vicenda di formazione che imbriglia lo scrittore in una rete di corrispondenze. Eraldo Affinati si muove a tentoni cercando fonti residuali fra "linee di congiunzioni, punti di incontro, possibili riscontri", verso un obiettivo che strada facendo diventa sempre più chiaro o forse più confuso: chi era, chi è L'uomo del futuro? Fino alla scoperta, folgorante, che le fonti sono dappertutto.

Le parole di don Lorenzo Milani avevano una proverbiale acutezza e un'istintiva, straordinaria forza apologetica. Affinati ne raccoglie il testimone raccontando la sua storia in chiave emotiva e affilando un linguaggio sempre in tensione, sempre vibrante, diretto, lungimirante, senza mediazioni. Coraggioso nell'uso della seconda persona a simulare un dialogo interiore nel quale però sono gli incontri con l'altro, e non il proprio ego, a costituire le svolte. Pieno di dubbi e tuttavia indomito a perseverare sulle sue tracce, si mette in viaggio come se il priore avesse, dal suo laboratorio sperduto fra le colline del Mugello, sparpagliato nel mondo i semi di una passione.

La visione si spinge ben al di là del quadrilatero toscano dove Lorenzo Milani completò la sua conversione da rampollo borghese a prete dalla parte degli ultimi, il "penitenziario ecclesiastico" del Mugello come lo chiamò l'amico magistrato Gian Paolo Meucci (Firenze, Montespertoli, San Donato di Calenzano, Barbiana). Il bastone del rabdomante conduce Affinati nell'altrove primordiale, quella terra di nessuno che si anima improvvisamente di vita quando un maestro, un qualunque maestro, offre una chance agli esclusi. Ecco una traccia nella foresta del Gambia dove si fa lezione, nell'arca della gioventù spezzata alla periferia di Berlino, fra gli studenti disabili a Pechino, nel Marocco rurale ospite di un vecchio imam cieco. Eccone un'altra fra i sopravvissuti di Hiroshima, in mezzo ai niños de rua di Città del Messico, presso la casa di Madre Teresa a Varanasi.

Cosa vuol dire essere un insegnante? si chiedeva Eraldo Affinati nel precedente romanzo Vita di vita. Nella risposta, per una sorta di osmosi che trova qui il suo compimento, sembrava parlare la voce di don Milani: "Mettere in grado chi hai di fronte di ascoltare la voce del suo maestro interiore... Versare acqua sulla spugna secca". L'uomo del futuro cattura il senso profondo di questo approccio a una pedagogia rivoluzionaria, non solo all'epoca di Barbiana ma certamente ancora oggi che abbiamo così bisogno di pensare un futuro. La rivoluzione è immaginare una scuola - e per estensione una famiglia, una chiesa, una società, cioè qualsiasi istituto con scopi educativi - che annulli se stessa in funzione dell'incontro con il singolo individuo.

Anche la paternità esce finalmente dal cliché un po' stantio di questi anni (il padre assente o "maternalizzato", travolto dall'adolescenza dei propri figli), riproponendosi come fondamento educativo insostituibile proprio perché disinteressato e destinato simbolicamente al fallimento: essere padri, scrive Affinati parafrasando Michele Ranchetti, vecchio amico di Milani, "vuol dire esporsi al rischio di essere usati e gettati via dai figli che fuggiranno in cerca di altri mondi". È fallimento bruciarsi le mani col fuoco di una vita, o non è invece ricchezza, umanità, salvezza? Con le parole franche del priore di Barbiana, "è meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo", significa che è già uomo e non ha più bisogno di una balia...

La rivoluzione è, ancora una volta, delle coscienze. È il non attaccamento. Il fine ultimo di ogni scuola, scrisse don Milani rispondendo a uno dei numerosi avvertimenti che piovvero sul suo capo dall'ambito ecclesiastico, è "tirar su dei figli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere". Sarà un giorno glorioso quando risponderà con la "rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo, felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle". Questa trascendenza Milani la incorporò nella sua fede, ma prima ancora la tradusse nell'immanenza del lavoro quotidiano a contatto con i diseredati. Con il fare scuola perfino in punto di morte e perfino col suo stesso corpo, invitando al suo capezzale i ragazzi per mostrar loro come finisce la vita.

Il mosaico di questo libro testimonia insomma l'universalità dell'umanesimo radicale di don Lorenzo Milani ma rappresenta nel contempo un esperimento letterario originale e convincente. Barbiana non è più in Mugello ma in Africa, nel Medio Oriente, in America Latina, previde padre Ernesto Balducci già venticinque anni fa. Letto in chiave multiculturale - la cultura intesa come primo strumento di integrazione ed emancipazione - l'abbraccio virtuale fra l'insegnante Eraldo Affinati e il maestro Lorenzo Milani ha un'attualità commovente. "Se uno non insegna a leggere, anche il Vangelo può essere frainteso" diceva il priore. Così nell'ultimo capitolo l'Affinati scrittore lascia il campo al maestro bussando ai portoni di canoniche e parrocchie per trovare uno spazio alla Penny Wirton, la scuola di lingua italiana per stranieri che ha fondato insieme alla moglie Anna Luce Lenzi. Una scuola dove tutti partecipano in forma volontaria e dove il confine fra docenti e studenti spesso è sottile.

Eraldo Affinati
L'uomo del futuro
Mondadori
180 pp., 18 euro

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