Emma Cline, 'Le ragazze' - La recensione

Fuga da un crimine non commesso. Una retrospettiva spiazzante sull'ultima estate degli anni Sessanta

Le ragazze

Le ragazze, particolare della copertina – Credits: © Holger Scheibe / Corbis

Michele Lauro

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Mi sono tolto la puzza da sotto il naso per leggere un bestseller infascettato da claims più roboanti del solito perfino sulla quarta di copertina, e con un titolo senza fantasia: Le ragazze. Ho chiuso l'ultima pagina con la sensazione di essere un intruso nel flusso di una coscienza inquieta, scandagliata con sottile acume. Emma Cline, ventiquattrenne californiana, ha costruito un thriller ad alta intensità emotiva calibrando i tempi di una sceneggiatura perfetta. E soprattutto ha trovato il modo di trascinare il lettore "dentro" quel mondo nascosto e misterioso dove abitano gli adolescenti, l'età dove trionfa il principio di contraddizione, l'età in cui la tristezza aveva la "piacevole consistenza della prigionia".

Di Evie Boyd, la matura, disincantata protagonista di questa storia, si intuisce fin dall'inizio che porta in serbo un segreto. Somiglia a una che in quella prigione, per usare un'immagine di Pessoa, "legga il sorriso estraneo di chi fui allora". Annidato nell'interstizio fra l'anima e i ricordi, oscuro e pauroso ma anche prezioso come una reliquia, il segreto rappresenta l'eco di un tempo dove tutto sembrava possibile, tutto succedeva per la prima volta. Un tempo in cui il bisogno di vedere nello specchio qualcuno che ci somigliasse era più forte di qualsiasi cosa. Ma cosa succede se a quattordici anni, a guardarti davvero per la prima volta sono gli occhi ferini e penetranti di una ragazza che porta le stimmate del male?

È il primo di una serie di interrogativi che ruotano attorno ai concetti di identità e alterità, verità e finzione, autenticità e apparenza. A quell'età i confini non sono mai nitidi, coerenti. Figuriamoci a proposito del bene e del male. Cosa vedono gli altri quando ci guardano? Noi o il nostro film? si domandava Jennifer Egan in Guardami, libro seminale sulla dittatura dell'immagine prima dell'era Facebook, di cui Le ragazze costituisce una tenebrosa variante ambientata in un'epoca ancora più lontana. Versioni di me, le chiamò Dana Spiotta in un altro romanzo-chiave sulla morte del sogno americano.

Emma Cline compone un nuovo tassello di questa brutale messa a nudo del sé femminile (individuale e collettivo) in cerca di identità. La sua bravura - tradotta mirabilmente da Martina Testa - consiste nel dirigere la tensione costantemente alla pancia del lettore, anche nei punti più riflessivi, tuffandolo nel fiume degli eventi da una violenta soggettiva capace di renderli vividi, torbidi, contagiosi. Come cantava Neil Young in Sugar Mountain, ideale colonna sonora di questo libro scritta più o meno all'epoca in cui si svolgono i fatti: "Dici che te ne vai di casa /perché vuoi stare solo / Non è strano come ci si sente / Quando scopri che sei solo davvero?" Nel 1969, racconta la protagonista, un sacco di giovani scappavano da casa. All'epoca si poteva fare anche solo per noia.

L'ultima estate della magica decade, l'estate di Woodstock e Haight-Asbury, ghermisce dunque la quattordicenne Evie in quel di Petaluma, sobborgo di San Francisco dove vive nella classica villetta con la madre, una donna fragile e ansiosa in preda a un compulsivo bisogno di rifarsi una vita dopo il divorzio. L'adolescente in sboccio rimane colpita un giorno da tre ragazze che si aggirano nel parco "fluide e incuranti come squali che tagliano l'acqua". La visione dell'alterità coincide col disperato bisogno di un'alternativa al tran tran piccolo-borghese della provincia americana. Un'isola di speranza che presto deflagra in "un'isola d'orrore in un mare di noia", per usare una celebre chiosa baudelairiana.

Cascami di controcultura intanto fermentano sulla battigia dei ricordi: sono le reliquie degli anni Sessanta. Enormi squat hippy infestati dai pidocchi, dove tutto sembrava sul punto di marcire. La liberazione dalle regole sociali, dalla famiglia, l'educazione, i soldi, le gerarchie spacciata come mistico cammino verso la realizzazione da ambiziosi millantatori in cerca di seguaci. Il consumo di droghe, dall'apertura delle menti al loro perpetuo ottundimento. L'ambiguo confine tra comunità e setta - un problema ricorrente nella società americana. L'iniziazione al sesso, un rituale tribale spacciato per libero amore. Perfino la musica, da aggregatore universale a ossessiva chiave per il successo.

La disgregazione di quei valori investe Le ragazze col suo tanfo di morte, schiaffeggiando anche noi baby boomers di seconda generazione, nati appunto negli anni Sessanta da quest'altra parte dell'oceano. Noi che a quella favola continuiamo a credere, per esempio santificando Bob Dylan che però nel '69 a Woodstock non ci mise piede, pur essendo casa sua. E mentre la gente scendeva nelle strade a protestare contro la guerra in Vietnam o per rivendicare i diritti civili dei neri, usando gli slogan delle sue canzoni, proprio quell'anno il futuro premio Nobel aveva già firmato l'epitaffio dei favolosi Sixties, demolendo il proprio mito (e con lui l'intero mito di una generazione) con un album "reazionario" come Nashville Skyline. Era la prima volta, non sarebbe stata l'ultima.

Sono soprattutto gli uomini a uscire da questa storia bastonati e sconfitti. Messi a nudo nelle loro debolezze di maschietti padri mariti amanti compagni: gelosi leader sottomessi a un ego semplificato, schiavo del testosterone. Manager o rockstar o semplici fricchettoni, non fa differenza. Il nostro errore, rammenta Evie, era credere che le loro azioni avessero un senso al di là dello sconsiderato impulso. Passati gli anni, subita la quotidiana dose di prevaricazioni, la memoria involontaria della protagonista produce una sintesi folgorante: gli uomini non solo non avrebbero mai conosciuto le parti di noi che gli tenevamo nascoste, ma nemmeno "avrebbero capito che c'era qualcos'altro da cercare".

Emma Cline
Le ragazze
Einaudi
340 pp., 18 euro

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