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Il premio Nobel per la Pace Eliezer "Elie" Wiesel è scomparso a New York lo scorso 2 luglio, all'età di 87 anni. Nato il 30 settembre 1928 in seno a una famiglia ebrea in Transilvania, nella località ungherese di Sighet, attuale Romania, dal 1963 era cittadino statunitense. La sua giovane vita fu sconvolta nel 1940, quando l'Ungheria annesse la sua città e costrinse gli ebrei a chiudersi nel ghetto. A 15 anni i nazisti lo deportarono insieme alla famiglia ad Auschwitz, dove moriranno la madre e la più piccola delle sue tre sorelle. In seguito verrà trasferito nei campi di concentramento di Buna Werke, un lager secondario di Auschwitz,  e poi di Buchenwald, dove perse il padre.

Sopravvissuto allo sterminio, con il braccio destro tatuato per sempre dal numero da detenuto A-7713 , si trasferì a Parigi per studiare alla Sorbona, iniziando poi a lavorare come giornalista. 

Wiesel divenne nel tempo tra i più eloquenti testimoni della tragedia del suo popolo, di sei milioni di ebrei trucidati dal nazismo: è stato autore di 57 libri, tra cui reportage, conferenze, saggi, novelle, due cantate e due testi teatrali. La sua opera maggiormente nota è forse La Notte, testo autobiografico basato sulla tragica esperienza nei campi di concentramento, tradotto in inglese neol 1960. Descrivendo i suoi sensi di colpa per essere sopravvissuto e i dubbi che lo tormentavano su un Dio che aveva permesso tutto quel massacro, nei suoi libri ha scavato a fondo nei meandri delle grandi questioni emerse dall'Olocausto.

Fedele alla tradizione giudeo-chassidica, apparteneva a una famiglia di intellettuali segnati dall'Olocausto, termine che divenne di uso comune grazie in particolare a un suo articolo scritto per il New York Times nel 1961. Difensore dei Diritti umani, denunciò il razzismo e la violenza in tutto il mondo, ma centrò la sua riflessione soprattutto sull'umiliazione totale e il disprezzo per l'umanità praticato nei campi di sterminio della Germania di Adolf Hitler. Il suo lavoro a difesa del popolo ebraico e dello Stato di Israele gli assicurarono un riconoscimento unanime nel Paese tanto che nel 2014 gli venne proposto - ma non diede la sua disponibilità - di diventare capo dello Stato. 

"C'è in lui qualcosa di Lazzaro", aveva detto di Wiesel il premio Nobel per la Letteratura François Mauriac, che nel 1954 l'aveva spinto a scrivere delle sue esperienze ai confini del male. Secondo il New York Times, il suo vero merito fu aver riempito un vuoto, facendo emergere l'enormità del genocidio: per quasi due decenni dalla fine della guerra, i sopravvissuti rimasero per lo più pietrificati nel loro silenzio.

"Elie Wiesel ha insegnato a non restare in silenzio di fronte all'ingiustizia", ha detto il presidente del World Jewish Congress, Ronald Lauder, definendo lo scrittore "un faro di luce" nei confronti del quale il mondo ebraico "ha un enorme debito di gratitudine". Wiesel "non dormì mai di fronte alle ingiustizie e svegliò gli altri quando dormivano. Lui, che era sopravvissuto, sapeva di cosa parlava quando sollevò il dramma delle persecuzioni in Ruanda, o nella ex Jugoslavia o in altre parti del mondo", ha detto Lauder.

Tra i primi a esprimere cordoglio, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha affermato: "Ha dato espressione alla vittoria dello spirito umano sulla crudeltà e il diavolo". Wiesel aveva uno strettissimo rapporto con il presidente Usa Barack Obama, con cui aveva parlato a Buchenwald, il campo da cui era stato liberato a 18 anni. (ANSA/AGI)

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