'Dubliners 100': gli eredi di James Joyce riscrivono Gente di Dublino

Quindici voci dell'Irlanda contemporanea si confrontano in un libro di racconti direttamente ispirato al capolavoro joyciano

DUbliners

Dubliners 100, particolare della copertina – Credits: www.grahamthew.com

Michele Lauro

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Un progetto letterario affascinante: cent'anni dopo Gente di Dublino 15 narratori irlandesi fra i migliori della nuova generazione hanno accettato la sfida di "riscrivere" le novelle, celebrando il grande scrittore e insieme confrontandosi con la sua eredità. Ogni racconto conserva dell'originale il titolo e l'incipit in esergo: il resto, in piena libertà. L'edizione italiana di Dubliners 100, minuziosamente curata per Minimum fax da Mirko Zilahi de' Gyurgyokai che firma anche la prefazione, si avvale di un prestigioso cast di traduttori e conserva la strepitosa copertina vintage originale.

James Joyce scrisse Gente di Dublino fra il 1904 e il 1907, tra i 22 e i 25 anni. Il libro fu pubblicato però solo dopo nove anni di battaglie contro le censure, e ben tre cambi di editori. Un caso editoriale lampante del pregiudizio e della pruderie dell'epoca vittoriana. Ma gli editori erano riluttanti anche perché consideravano quella serie di sketches naturalistici delle semplici short stories senza una forma organica. In realtà Gente di Dublino pose, in un format più abbordabile dell'Ulisse, le premesse della moderna letteratura simbolica.

Da questo assunto sono partiti gli attuali epigoni: da una parola, un'idea, un'immagine, un personaggio, una suggestione del racconto originale, per reinventare una storia nuova di zecca, trasposta nel mondo di oggi. Il significato globale dell'opera comincia a dispiegarsi man mano che i racconti entrano nel vivo - Arabia, Due galanti, La pensione, Controparti - secondo il principio joyciano delle assonanze simboliche: i dialoghi, l'ambientazione, il substrato emotivo più ancora che lo spunto narrativo sono l'occasione per mettere in scena paradigmatici quadri di vita irlandese contemporanea.

Ai tempi di Joyce Dublino somigliava a un villaggio appena un po' cresciuto, almeno al confronto con Londra o New York, senza una briciola di vita cosmopolita. Il suo provincialismo offriva facilmente il fianco all'ironia critica dello scrittore. Spesso però nei racconti di Gente di Dublino un insieme di immagini spezzate componeva il miraggio di una città ideale, la città che fu o che avrebbe potuto essere. Quale Dublino ritraggono oggi gli scrittori dublinesi?

Una città decadente, condannata al rango di enorme sistema commerciale, vittima della segreta meschinità che si nasconde dietro l'ostentazione del lusso anche quando i soldi sono finiti, una informe suburra coi suoi grovigli di cavi, un malinconico settembre dal civettuolo residuo di cielo. Una città che danza ubriaca. Il prototipo, come osserva Mirko Zilahi de' Gyurgyokai, di un mondo "simbolicamente (e non) paralizzato dai postumi di una crisi planetaria". Che tuttavia preme per risollevarsi, tornare a divertirsi, riaccogliere la creatività dei suoi figli.

Come è noto, una delle chiavi della teoria estetica di James Joyce era il concetto di epifania. Quel momento senza tempo simile a una rivelazione che si manifesta quando la relazione tra le parti di un oggetto letterario è assolutamente perfetta. Solo in quel caso, diceva Joyce, il lettore può riconoscere che l'opera (poesia, romanzo, racconto ma anche scultura, dipinto, sonata) è quella cosa che è. La sua anima, la sua essenza, "si presenta improvvisamente a noi in forza della sua stessa apparenza". È intrigante applicare il concetto alle riletture di Dubliners 100, fra cellulari che cinguettano, fotocopiatrici rigurgitanti, lo svelto navigare e surfare dei passanti fra le auto e gli i-pad.

Perché in fondo questi racconti non fanno che proseguire, con altri strumenti linguistici e nel contesto storico contemporaneo, il discorso esistenziale impostato da Joyce sulla paralisi morale e la perdita di identità della sua terra. E, in senso più allargato, sulla vanità di un mondo senza più riferimenti. Ci parlano di anonime moltitudini e assenze vertiginose, lacrime di rimorso e lievi spazi di tristezza che a volte sembrano sopportabili e addirittura dolci, doveri incompiuti e vari gradi di disattenzione, sogni di fuga perennemente frustrati. Solitudini, fintamente mascherate da appartenenze sociali o, come diciamo oggi, social.

Il racconto esemplare è Un caso penoso di Paul Murray, scrittore qui alle prese con la forma breve dopo aver firmato un bel romanzo fiume come Skippy muore. Protagonista un acclamato critico gastronomico, misogino e salutista, che si diverte a fare il culo ai ricconi ma in realtà ama il punk e per niente il cibo, solo che a scrivere di cucina gode di molte (migliaia) di click in più che a scrivere di musica, cosa che gli garantisce un posto di lavoro. Inflessibile fustigatore di chef on line, immaginava con la penna di "affondare nei ventri flaccidi dei commensali". Un giorno il direttore della rivista lo manda a recensire un ristorante gestito da monaci che hanno fatto voto di silenzio...

Quando la confusione si tramuta improvvisamente in chiarezza e la sicurezza in inquietudine, quando la vita intera ti appare come uno sbaglio: un'epifania.

AA.VV.
Dubliners 100
minimum fax
246 pp., 15 euro

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