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Donatella Di Pietrantonio, 'L'Arminuta' - La recensione

Il contrasto fra il destino e la volontà nel diario della Ritornata, una storia intensa, magnetica, carica di tensione

L'arminuta

L'Arminuta, particolare della foto di copertina – Credits: © Anka Zhuravleva

Edipo nato da Laio, re di Tebe, e Giocasta... Da Sofocle a Sigmund Freud, quello del mito è un tempo ciclico che parte e ritorna alla radice dell'uomo: solo sapendo da dove provieni puoi sperare un giorno di conoscere te stesso. Donatella Di Pietrantonio ambienta sui palcoscenici naturali d'Abruzzo (il mare, la montagna) una variante del mito al femminile, luminosa e dolorosa, potente come una rappresentazione classica. L'enigma dell'identità travolge una ragazzina alle soglie dell'adolescenza, restituita alla famiglia cui non sapeva di appartenere. L'Arminuta, cioè la ritornata, si ritrova d'improvviso orfana di genitori viventi. Due famiglie e nessuna. Figlia di una separazione.

Gli archetipi della tragedia chiamano a raccolta le figure chiave della famiglia intrecciandosi con l'epos di una terra - l'Abruzzo rurale degli anni Settanta - dove il concetto di miseria travalica quello di fame o povertà. Come una radice avara di cure e parole, la miseria si spalma sulle dinamiche contorte di adulti per lo più violenti, depressi, rabbiosi, anaffettivi. Un mondo incomprensibile per la giovane Arminuta. Fa presto a convincersi che quella sbagliata è lei, giunta come un sopruso a dividere un pane che già non bastava prima. Le angosce, le paure, i sensi di colpa riempiono le sue notti nel letto in compartecipazione con la nuova sorella, Adriana, nella stanza d'intimità violate in cui dormono anche gli altri fratelli.

Già, ma qual è la sua colpa? Dov'è finita la sua vera madre, quando tornerà a riprendersela? E qual è la sfinge da interrogare se tutti in paese sembrano sapere ma nessuno parla? Con la grazia e la schiettezza cui ci aveva abituati nei precedenti romanzi (Mia madre è un fiume, Bella mia), Donatella Di Pietrantonio cala gli interrogativi in un mondo relazionale capovolto dove alcuni fra i più giovani e inermi incarnano il lato intelligente, sensibile, responsabile del genere umano. Mentre gli adulti, come corrosi da un virus che li disumanizza loro malgrado, più che carnefici sembrano vittime rassegnate a un degrado cui anche la natura offre uno sguardo distratto, indifferente. La scrittrice sintetizza tutto ciò con un'immagine bellissima, mansueta e nel contempo crudele, colta nell'istante in cui la bara di un ragazzo viene calata nella fossa: "Le mucche si erano voltate a guardarlo, poi avevano abbassato i musi e si erano rimesse a brucare".

È un tema ricorrente nella narrativa italiana contemporanea - penso a L'addio di Antonio Moresco o a Un bene al mondo di Andrea Bajani, o ancora a un bel romanzo sottovalutato come Eravamo bambini abbastanza di Carola Susani - la rappresentazione di un mondo infantile deprivato delle affettività primarie e costretto a interrogarsi sulla relazione tra la verità e il male, la nascita e la morte, l'innocenza e la colpa. "Ma io ero una bambina e i bambini non fanno paura", si dice l'Arminuta di fronte alla madre che la guarda come un fantasma. Invece no. Il ribaltamento della parabola del Figliol prodigo (Vangelo di Luca) impone in questo romanzo di guardare in faccia il male senza prenderne le distanze, col dubbio di dover registrare anche la propria dirittura morale. Laddove un padre misericordioso riaccoglieva con amore nella sua casa il figlio che aveva scelto di andarsene, qui una famiglia si riprende di malavoglia una figlia che non aveva scelto di partire né tantomeno di ritornare: colpevole di essere nata?

Mai sono stata capace di felicità a parte alcuni momenti di "insopportabile grazia", diceva la protagonista di Bella mia. Quella confessione serpeggia come un leitmotiv esistenziale anche tra le pagine di questa fiaba. Il dolore come condizione fondativa dell'essere-gettati-nel-mondo. E quindi gli stratagemmi messi in atto per la sopravvivenza, dettati ora dall'intelligenza ora dall'istinto, ora dal calcolo ora dall'incoscienza. L'Arminuta sperimenta uno di quei magici istanti roteando verso il cielo su una giostra itinerante portata in città dagli zingari, gli amici del suo fratello ribelle. Nell'ebbrezza della salita, appena prima di cedere nuovamente al precipizio della discesa, la fanciulla sente "una specie di felicità". È questo forse il segreto impulso che la spinge a non rassegnarsi ad accettare qualcosa che altri hanno deciso per lei.


Volare incatenati, l'uno dietro l'altro, sospinti verso un ben povero trofeo. Così è la vita, fin dai tempi di Icaro che osò sfidare il sole bruciandosi le ali. Di Pietrantonio racconta con dolcezza amara questa invarianza, riservando però le pagine più intense alle piccole cose, ai gesti segreti, agli svelamenti che colorano d'incanto ogni prima volta. La prima carezza dopo l'abbandono, la prima apparizione del mare all'orizzonte, il primo sguardo malizioso di un uomo, il primo boccone di una parmigiana di melanzane. Soprattutto, offre al miserabile teatro delle dinamiche familiari la possibilità di un riscatto che passa attraverso la scoperta di una sorellanza basata anche - ma non solo - sul legame di sangue. La misteriosa complicità con la sorella ritrovata somiglia in fondo, per l'Arminuta, all'unico risarcimento possibile del proprio futuro.


Donatella Di Pietrantonio
L'Arminuta
Einaudi
163 pp., 17,50 euro

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