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Dizionario delle cose impossibili di Didier Van Cauwelaert

Storie di esperimenti scientifici assurdi ma veri, miracoli e altri prodigi

Il dizionario delle cose impossibili

Giulio Passerini

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È un fatto assodato che le cose impossibili, o quantomeno inspiegabili, succedano. Le vite di tutti noi sono costellate di piccole stranezze e ogni giorno ci troviamo ad avere a che fare con l’illogico, o più comunemente con l’improbabile. Ma dubito che qualcuno possa vantare l’esperienza in fatto di assurdità di Didier Van Cauwelaert, un vero catalizzatore di bizzarrie di prima scelta. Per una volta, l’autore di origine belga lascia da parte i noir per cui è conosciuto anche in Italia e pubblica un saggio dal titolo Il dizionario delle cose impossibili (Clichy), una raccolta delle storie più vere e più strane che gli sia mai capitato di sentire (o di vivere in prima persona). Dagli esperimenti sui poteri psichici dei pulcini alle melodie fantasma di Schubert, dalle palme che camminano alla memoria dell’acqua per i buoni sentimenti. C’è un po’ di tutto nel dizionario di Van Cauwelaert, ma tutto è interessante e documentato (seppure con una schiacciante predilezione tipicamente francese per le fonti bibliografiche nella propria lingua).

Illusionisti brava gente
«Se la realtà̀ non è come pensiamo» scrive Van Cauwelaert «non è colpa sua. Se la natura viola una legge, significa che quella legge è falsa. Spetta a noi riformularla per renderla compatibile con questa ‘nuova realtà’». Chiedete al più ferreo dei razionalisti, non potrà che dargli ragione. Sarebbe infatti profondamente irrazionale credere di aver raggiunto una conoscenza in grado di abbracciare il mondo nella sua interezza. I più scettici fra noi non potranno che storcere il naso di fronte ai tanti inspiegabili fenomeni di origine paranormale, magica o “miracolosa”, ma quello da cui bisogna guardarsi non è tanto il fatto in sé (cioè una semplice concatenazione causa-effetto in cui elementi fisici e chimici reagiscono fra loro) quanto l’interpretazione che ne viene data. Che è poi il motivo per cui un onesto illusionista viene socialmente accettato mentre un indovino dei numeri del Lotto no.

Bye bye Sherlock
«Una volta eliminato l’impossibile cioè che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità». Così scriveva Arthur Conan Doyle nei romanzi di Sherlock Holmes. Ma forse è tempo di aggiornare un certo tipo di ermeneutica figlia del positivismo spinto di metà ottocento. Per sua natura infatti l’uomo è più portato a credere all’impossibile che all’improbabile, e se da una parte ciò è un’evidente ostacolo che ci allontana dalla realtà, dall’altra è uno stimolo formidabile a non accettare i confini del conoscibile come definitivi. L’impossibile non è più -come nel secolo scorso- una bolla trasparente e oscura in cui vediamo agitarsi un mondo parallelo al nostro il cui accesso ci è negato. La bolla si è fatta opaca e solida, una formazione gommosa e plasmabile su cui l’umanità può esercitare il suo talento immaginifico ridefinendone continuamente i confini, erodendola.

Agopuntura neolitica
Chi sa, magari potrebbe essere vero che già nel neolitico fosse nota l’agopuntura come afferma il professor Egarter con i suoi studi sul corpo di Ötzi, un sapiens di 5000 anni fa. E chi ci dice che le immagini mentali non possano aiutare a combattere il cancro? Se i folli studi dell’oncologo Carl Simonton portassero a qualcosa, chi potrebbe negare l’utilità delle sue ricerche. A volte qualcuno esagera un po’, come il dottor Masaru Emoto che vorrebbe portare la pace nel mondo caricando l’acqua degli oceani di buoni sentimenti, ma nel complesso siamo piuttosto bravi a trovare sempre nuove risposte ai problemi che ci affliggono come specie. 

Per un nuovo illuminismo
«Smontiamo quindi la stupidità e l’accecante fanatismo che sono diventati le lampadine del nostro ‘secolo dei lumi’ a basso consumo» scrive ancora Van Cauwelaert, «Torniamo a essere esploratori curiosi, spettatori senza paraocchi, pensatori agili e lucidi sognatori». Magari risolvere il mistero del sangue di San Gennaro ci porterà a scoprire una nuova terapia a base di cellule staminali in grado di salvare milioni di vite. O magari un’ape robot sarà davvero in grado di scongiurare la terza guerra mondiale. Nel dubbio, io un prototipo lo farei.

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