Cristian Mannu, 'Maria di Ísili' - La recensione

La storia leggendaria di una peccatrice sarda, un romanzo polifonico di verità sfuggenti

Maria di Isili

Maria di Isili, particolare della copertina – Credits: © plainpicture/donkeysoho/Kalanch-Oé

Michele Lauro

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L'anima antica e profonda della Sardegna si reincarna in un nuovo, ispirato narratore. Vincitore del Premio Calvino 2015, il cagliaritano Cristian Mannu trasferisce l'epica della sua terra in un romanzo corale simile a un mandala. Ai bordi della figura, le voci delle persone che l'hanno conosciuta (amata, ammirata, sognata, invidiata, maledetta, umiliata, odiata, abbandonata, dimenticata); al centro lei, la donna che tesseva danzando ma finì a lavare le scale nelle case dei ricchi cagliaritani, che guardava le cose sognando ma si ritrovò nuda nell'anima come una quercia privata della corteccia: Maria di Ísili.

Sullo sfondo del quadro, la Sardegna pietrificata nel vento come un sandalo in mezzo al mare. Da Ísili - borgo nuragico di artigiani, orti e pastori - alla Cagliari dei disoccupati e dei condomini popolari, passando attraverso Sarcidano e Marmilla, Trexenta e Barbagia e perfino una breve parentesi siciliana, Cristian Mannu affina lo sguardo e raccoglie porta a porta indizi, confessioni smozzicate, travolgenti fiumi di coscienza, lunghe lettere e riminiscenze confuse dall'alcol e dall'età, invettive e pentimenti. Fino a comporre un mosaico nel quale la tradizione orale si deposita con il seducente mimetismo linguistico dell'arbaresca, il leggendario idioma che usavano i ramai quando non volevano farsi capire dagli altri.

Maria di Ísili anima gentile, mani da principessa, spirito gitano. Maria istria malaitta, strega maledetta dal padre che la scomunicò diseredandola. Tessitrice sublime e studiosa ribelle che scriveva con la sinistra anche se gliela legavano. L'amore la ghermì giovanissima con le sembianze di un patto sacro e blasfemo con un gagiu, un "imbroglio abbagliante di cui non fidarsi". Fu una Smisurata preghiera pronta a consegnare alla morte, come nel verso deandreiano, una goccia di splendore. Ma senza peccato è nessuno, in questa storia e in tutte le storie. Non gli uomini coi loro istinti bestiali, intossicati di testosterone, gonfi di Ichnusa. Non le donne nonostante la tenacia nel mandare avanti la baracca. "Figlia malfatta, moglie imperfetta, madre distante" si definisce la capostipite. "Fummo in due a rubarci il destino", concordano a distanza i protagonisti.

Romanzo d'amore e morte nelle infinite varianti - dalla passione alla fuga, dal tradimento al disonore, allo stupro, allo scandalo, alla sottomissione - Maria di Ísili ricostruisce i codici affettivi di una famiglia disgraziata. I cambi di passo introducono i vari personaggi accordandosi al loro ritmo interiore, in uno spettro amplissimo di registri emotivi e linguistici (dalla poesia al turpiloquio, o più spesso mischiati). Le corde private dell'animo umano, sia maschile sia femminile, risuonano nell'ispido concerto dei codici culturali isolani come all'interno di una tragedia senza tempo. Dove la vergogna e la colpa, la violenza e il rimorso, le vendette e il perdono formano una mescola indissolubile nella trama del fato.

Come ha scritto Massimo Onofri nel suo entusiasmante Passaggio in Sardegna a proposito degli antieroi di Salvatore Mannuzzu, anche i personaggi di Cristian Mannu (curiosa coincidenza di uno scrittore "contenuto" nel nome di un altro) sono "uomini che implorano Dio affinché accetti la loro vita di peccatori, tolto il peccato. Epperò, tolto il peccato, cosa ne resterebbe?" Rimbalzano tra queste pagine l'eco dei drammi patriarcali di Gavino Ledda, l'epopea familiare della Stirpe di Marcello Fois, lo sciamanesimo di Michela Murgia coi suoi pensieri che "non sopportano la luce piena" (Salvatorica Carboni cioè zia Borica, la levatrice del paese, ha qualche similitudine con l'Accabadora). Si sentono la malinconia antropologica e decadente del fuggitivo, cara a Sergio Atzeni, e perfino la fallimentare utopia di un comunismo sardo tentato dall'anarchia, dietro la denuncia delle periferie morenti soffocate dal malaffare e dal cemento mentre i ricchi cagliaritani si spartiscono il Poetto ("la morte è democratica, però" dice Sergio Desogus, il secondo marito di Maria. "Anche gli assessori muoiono").

Senza peccato è nessuno, si doleva dunque Maria, nessuno è mai completamente innocente e neppure i bambini. Quanto può durare poi l'innocenza da queste parti? O non è forse solo un'altra categoria del pensiero, come per Vittorini lo fu la stessa isola, la Sardegna come un'infanzia? Ma nella storia di Maria di Ísili s'infila la preveggenza di un'altra Maria, la poetessa algherese Maria Chessa Lai che come la protagonista di questo romanzo aveva un modo aggraziato di vedere le persone, anche quelle brutte. "Un albero è nato / ma il frutto / aspro e amaro / è differente", dicevano i versi catalani di Los fills. "I figli che nascono / e vengono al mondo / la madre li fa / ma sono altra gente".

Sì, Maria era diversa. Sognatrice e disobbediente. Ma le generazioni vengono al mondo con l'illusione di una libertà che ben presto sfuma nella solitudine. L'unica vera discontinuità è il viaggio nel continente. Una traversata esistenziale, mitologica, da una terra di conquista a una di promesse quasi mai mantenute. Così la Sardegna resta un miraggio che si allontana e si riavvicina in un continuo cambio di prospettiva, dai padri ai figli e ai figli dei figli. In questo libro il filo di rame si intreccia ancora magicamente alla lana nella lettera dell'ottuagenaria zia Evelina, sorella di Maria. È bellissimo quello che lascia in dono alla nipote sconosciuta: un albero con le radici, anche se storte.

Cristian Mannu
Maria di Ísili
Giunti
155 pp., 14 euro

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