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La crisi europea? Nasce dalla sindrome tedesca

Nell'ultimo saggio di Valerio Castronovo un'analisi delle vere origini del malessere. Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989

Il muro di Berlino in una pozzanghera

Maurizio Tortorella

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L'origine vera dei più recenti problemi, per noi cittadini europei? I colpi di piccone che nel novembre 1989 sbriciolarono in pochi giorni il Muro di Berlino. Ne è convinto Valerio Castronovo, a 79 anni tra i maggiori storici italiani (ha insegnato Storia contemporanea a Torino e oggi dirige la rivista Prometeo, della Mondadori, e scrive sul Sole 24 Ore). La tesi, assai condivisibile, è che la riunificazione tedesca abbia modificato in profondità equilibri e logiche economiche dell'Unione europea.

Le cronache dell'epoca riportano che già nel vertice della Consiglio europeo che si svolse a Strasburgo l'8 e 9 dicembre di quell'emozionante 1989, il premier britannico Margareth Thatcher ebbe a riconoscere con una punta di amarezza (e di preoccupazione): "We've beaten the Germans twice and now they're back", cioè "Abbiamo battuto i tedeschi due volte, ed eccoli di nuovo".

Nel suo ultimo saggio, intitolato La sindrome tedesca (Editori Laterza, 295 pagine, 24 euro), Castronovo conferma che in quel periodo, quando la riunificazione tedesca non era ancora veramente iniziata, c'era chi in Europa già pensava che, con l'avvento di una moneta unica, si sarebbe finito con il lavorare per il re di Prussia. E che, allargando l'Unione verso Est, si sarebbe venuta a creare una sorta di "Commonwealth tedesco nell'area danubiano-balcanica".

Ora che l'Europa ha perso tutto il suo slancio e annaspa in una disastrosa crisi economica (e di prospettiva), Castronovo analizza in profondità come le rigide politiche di austerità volute da Berlino, e soprattutto come il ruolo centrale assunto da Angela Merkel a partire dal 2005, abbiano diviso il continente in due: da una parte l'area forte nordica e mitteleuropea, a trazione tedesca, e dall'altra un'area debole meridionale e mediterranea.

Castronovo si interroga a lungo sulle responsabilità tedesche della crisi europea, che è economica e politica, e giustamente intravvede nella "sindrome tedesca" molte gravi ombre. "All'economia europea" scrive "sono mancati ogni anno investimenti per circa 180 miliardi, pari al 2% del Pil. Che è quanto corrisponde all'incirca all'eccesso di risparmio netto tedesco e al suo surplus di bilancia dei pagamenti negli ultimi 8 anni".

Per questo Castronovo si augura, forse con un eccesso di ottimismo, che con la nuova legislatura europea Berlino si assuma "il compito e la responsabilità di agire da traino per assecondare un vasto piano di investimenti". Ma la pochezza dei progetti manifestati in materia dalla nuova Commissione, guidata da Jean Claude Juncker, (16 miliardi in tutto), fa scuotere la testa. La "sindrome tedesca", insomma, sembra una malattia dalla quale al momento è difficile guarire...

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