'Con gli occhi aperti': 20 autori per 20 luoghi - La recensione

Letteratura di viaggio del terzo tipo in un'antologia di voci contemporanee curata da Andrea Cortellessa

Con gli occhi

Con gli occhi aperti, particolare della copertina – Credits: foto di Sabrina Ragucci

Michele Lauro

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"Cos'altro è un terremoto / se non una lingua terribile della terra / che apre la sua bocca / e annuncia grandi sconvolgimenti?" Traggo questi versi di Johann Arndt, un teologo tedesco del Cinquecento, dal dialogo fra Andrea Cortellessa e Franco Arminio nella postfazione di Con gli occhi aperti. Davvero fa impressione oggi leggere le prose vagheggianti del fondatore della Paesologia dedicate qui ai Paesi invisibili depositati dell'anima come dentro un sogno beffardo. I nomi sono musica: Miffa e Origliano, Dentenano e Oderzo dove il mestiere più diffuso era il mettitempo, Rescordato e Coralena, il paese della sfiducia cosmica e quello dove credono al provvisorio. Si sente una misteriosa fratellanza con i paesi cancellati di cui risuonano oggi i nomi al telegiornale, come Visso e Ussita per esempio, gemellati da un'allitterazione di sventure.

Noi siamo i turisti dell'estrema unzione, dice Arminio, e come dargli torto. Eppure per uno scrittore - a differenza che per un politico, un sociologo o un critico d'arte - l'identità di un paese si misura anche dalla confidenza dei suoi abitanti con la morte. Ecco a cosa servono gli scrittori, a valicare le colonne d'Ercole di quella Fine dei viaggi che Claude Lévi-Strauss, il grande antropologo, aveva sancito gia settant'anni fa in Tristi tropici. Esiste ancora una realtà dietro quella retrolluminata dai nostri display? C'è un modo di porsi fuori, o a fianco, o almeno consapevolmente dentro lo stereotipo dell'altrove? È ancora possibile cioè guardare il mondo - con il grandangolo o il microscopio non fa differenza - sfuggendo alle vedute meccaniche, alla malattia di quelli, diceva Cézanne, "che non riescono più a vedere un paesaggio perché vedono solo e dappertutto dei quadri già appesi in un museo"?

Sono alcune delle domande-chiave di questo libro indispensabile, nato da una rubrica curata da Andrea Cortellessa sul supplemento letterario di alfabeta2 tra il maggio 2011 e il marzo 2012. Venti scrittori in viaggio alle fonti del narrare. In piena libertà, ciascuno col proprio bagaglio di esperienze e il proprio stile purché Con gli occhi aperti, parafrasando il titolo del capolavoro di Federigo Tozzi del 1919 (Con gli occhi chiusi). Se la poetica di Tozzi ribaltava ogni illusione neorealistica all'alba dello psicologismo novecentesco, contraendo lo sguardo alla sola vita interiore, qui i luoghi sono movente e scintilla di eventi scaturiti da una proiezione affettiva che diventa universale.

"Quando torni dall'Africa hai l'impressione che qua siamo tutti morti" dice Vitaliano Trevisan al termine del suo racconto ambientato a Lagos, in Nigeria, uno dei pezzi più abrasivi della raccolta forse per la schiettezza con cui l'esperienza diretta viene ossessivamente ribadita come l'unico antidoto al comune immaginario esotico. You must see with your own eyes: il refrain sembra risuonare anche nella scorribanda onirica di Giorgio Vasta nel deserto californiano di Salton Sea, in cerca della misteriosa sfasatura dell'alterazione dove spazio e tempo confondono i loro orizzonti; nel Viaggetto in Sud America di Valerio Magrelli - Montevideo, Buenos Aires, Rio de Janeiro - sul cortocircuito fra memoria letteraria e memoria dal vero; nella metafora del potere rivelata da Alessandro Leogrande nella Tirana underground; dietro il set dell'iconografia rivoluzionaria nell'Avana soffice e terribile di Tommaso Ottonieri; nella Bucarest dei poeti e dei cani randagi attraversata da Andrea Bajani.

Guardano invece l'estremamente vicino, fra gli altri, Francesco Pecoraro nel travolgente spin off da La vita in tempo di pace intitolato Anzio 1962: un flusso di coscienza a nominare le "cose" e le sensazioni fisiche legate alla vita di spiaggia di quell'anno, il tempo di una giovinezza. Mentre Giorgio Falco, con il supporto visivo di Sabrina Ragucci, impersona un audiofono dell'abbazia di Pomposa che declama il paradosso della riviera adriatica, una cartolina d'altri tempi come ne La gemella H. L'incremento di fedeli (e turisti) a Pomposa è legato alla raffinazione del greggio, alla cementificazione del litorale, alla speculazione edilizia, alla deforestazione: forse per vedere un po' di bellezza, conclude lo scrittore, "agli uomini è necessario vivere nella bruttezza".

L'ampiezza di sguardi offerta da questo drappello di narratori confuta il postulato iniziale di Lévi-Strauss (tutto è stato già visto, sperimentato, documentato) con un'evidenza smagliante: il senso di un luogo, la purezza, l'autenticità, perfino l'urgenza fisica di un paesaggio risiedono in quella topografia interiore che guarda oltre la cornice della rappresentazione mediatica. La varietà di stili, tematiche, ispirazioni illumina cioè quell'interstizio tra l'Assolutamente Diverso e il Sempre Uguale in cui Giorgio Manganelli collocò l'invece, invitando a "viaggiare con bisacce di amore e odio, ed attingere all'una o all'altra, come detta la passione".

La vera letteratura di viaggio del terzo tipo, lungi da essere aliena, è quella che recupera la tradizione orale attraverso la sedimentazione affettiva dell'esperienza individuale. Come nella Geografia commossa di Franco Arminio, permette di "rendere paesaggio il destino", per usare una bella espressione di Antonella Anedda. Proprio Sfollati a Lesbos, il racconto di questa poetessa in costante dialogo con l'ispirazione proveniente dai luoghi (Isolatria e Archipelago sono altrettanti titoli di sue opere), rappresenta forse il vertice della visione Con gli occhi aperti. Volevo vedere i luoghi di Alceo e di Saffo, scrive Anedda, mi sono trovata davanti per la prima volta un profugo. Ed ecco che l'esserci cambia di colpo anche le coordinate dell'immaginazione, destabilizzando ogni forma del già visto.

Possibile che dalla consapevolezza di un destino comune non riesca mai a sbocciare quella solidarietà di cui parlava Leopardi nella Ginestra? si domanda la scrittrice. E conclude con una metafora bellissima e straziante che àncora la parabola del viaggio (di ogni viaggio) al cambiamento, il porto in cui anche Tiziano Terzani finì per approdare al termine del suo lungo percorso di scrittore-viaggiatore: il rispetto verso la fragilità dei più deboli "va ricostruito come si ricostruisce una casa distrutta, lavorando per trasformare la nostra durezza di sguardo, per scucire i nostri occhi cuciti col ferro".

Con gli occhi aperti: 20 autori per 20 luoghi
a cura di Andrea Cortellessa
Exorma
360 pp., 21 euro

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