Colette Shammah, ‘In compagnia della tua assenza’ - La recensione

Una confessione da figlia a madre, un appassionato memoriale sullo sfondo della grande storia novecentesca

In compagnia della tua assenza

In compagnia della tua assenza, particolare della copertina

Michele Lauro

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Da Aleppo a Milano, passando per Parigi, Beirut, Tel Aviv scorre un pezzo di storia del Novecento nel romanzo d’esordio di Colette Shammah. Intenso, delicato e profondo, In compagnia della tua assenza attinge alla biografia familiare per “rendere omaggio a tutte le donne che hanno lottato per la loro indipendenza”, spiega l’autrice nella nota finale, e insieme scandaglia con finezza la condizione umana, invitando il lettore a partecipare alle dinamiche inconsce celate dietro lo specchio delle parole. 

Gli spazi di libertà della geografia emotiva

Esther, la narratrice, viene prescelta dalla madre per occuparsi della sua ultima volontà, “cogliere la morte prima che ti cogliesse”. Un rito di passaggio dentro il quale le emozioni si confondono fino a convergere in un punto: ma chi è, chi è stata veramente questa donna, mia madre? In compagnia della tua assenza racconta in flashback l’epopea itinerante di Sophie, donna anticonvenzionale nata ad Aleppo negli anni Venti da una famiglia ebrea, spedita a studiare in un collegio di Versailles e poi rimpatriata con un rocambolesco viaggio in nave da Marsiglia a Beirut proprio mentre l’Europa stava per assaggiare l’orrore dell’Olocausto, quindi nel 1948, all’epoca della cacciata degli ebrei da Aleppo, migrata definitivamente a Milano insieme al marito e alle quattro figlie.

Se c’è un modo di percepire la grana emozionale di un’epoca, di un luogo, di una società non è sui manuali di storia ma grazie a questo genere di narrazioni, come spiega nell’esergo una citazione di Isaak Babel’: “Una storia ben congegnata non deve necessariamente somigliare alla vita. È la vita che con tutta la sua forza cerca di sembrare una gran bella storia”. Dovunque si trovasse nel mondo, Sophie conquistò spazi di libertà preclusi alle donne. Figlia di ebrei siriani che avevano avuto l’ambizione di farla educare in un prestigioso college francese, rimase per tutta la vita fieramente indipendente, anche rispetto alle difficoltà del suo popolo, e aristocraticamente borghese. La sua avventura di vita è stata una personalissima sfida di emancipazione, non solo dalla disumanità dei tempi ma anche dai ruoli codificati di figlia, moglie e madre.

Il romanzo segue nella parte centrale le peregrinazioni di Sophie, affabulando con l’umidità sensuale del Medio Oriente. Aleppo, Damasco, Beirut, viene il magone a pensare come fossero ricche e cosmopolite città dove un tempo si poteva essere amici di tutti, cristiani, arabi, ebrei. Però fin da ragazza Sophie si è sentita a suo agio soprattutto in Europa, sottoposta alla rigida disciplina del collegio di Versailles come alle tentazioni dei boulevard parigini. Fino all’approdo a Milano negli anni del boom economico - sartorie e gallerie d’arte, salotti e ristoranti, creativi, bella gente coi danè - mischiandosi al tessuto sociale della metropoli, operoso, concreto, generoso, accogliente.

Nel labirinto degli affetti familiari

Specie nell’ultima parte che dà voce a tutte e quattro le figlie di Sophie, In compagnia della tua assenza somiglia a una seduta analitica di famiglia. I codici affettivi di segno femminile, materno e fraterno si affrontano senza esclusione di colpi in un groviglio di complicità e conflitti, rammarico e nostalgia, ammirazione e invidia, amore e incomprensione, prossimità e distanza, bisogno di protezione e paura di abbandono. “Fino all’ultimo interpretò la vita con un criterio estetico”, dice la primogenita Aline. E forse a dividerci è stata proprio l’idea della bellezza: io non facevo parte dei suoi canoni assoluti. Mentre abbiamo avuto un padre diretto, disciplinato, rincara la dose Victoria raccontando il suo sogno d’abbandono, nostra madre è stata “capricciosa, diseducativa, senza valori da trasmettere”. Si diceva che la nostra disunione, spiega Esther, fosse frutto della tua “volontà autarchica”.

Ma più sono le differenze a emergere, più il legame con la madre appare indissolubile per tutte le figlie, come se perfino le differenze scaturissero dalla stessa matrice genetica. Come se natura e cultura, dopo aver battagliato per tutta la vita, nell’istante cruciale non trovassero più l’appiglio per affermare la propria superiorità. Colette Shammah mostra di conoscere la natura umana, scandaglia la psicologia delle quattro sorelle con poche, precise pennellate e invita sulla scena perfino la stessa Sophie, lasciandola ribattere fuori campo ai pensieri delle figlie. Demolisce consapevolmente ogni coerenza di tempo, luogo e azione perché nel teatro dell’inconscio, si sa, sono solo i simboli a contare.

In un romanzo così intessuto di autobiografia, Sophie diventa così il simbolo universale dell’istituto materno, con tutte le sue contraddizioni. Ciò che le rimproverano segretamente le figlie, ciascuna a proprio modo, è di essere stata troppo poco o forse per nulla la madre “normalmente devota” di cui avrebbero avuto bisogno in gioventù, come tutti. La madre premurosa protettiva avvolgente, univocamente affettiva. Ciò che invece Sophie non ha mai detto ma forse segretamente avrà pensato - l’autrice invita ora anche il lettore sul lettino dello psicanalista - è che ci sarebbe voluto un maschio per riequilibrare le sorti di un matriarcato che in fondo non si era scelta.

Scrittura ed elaborazione del lutto 

"Tutte le donne diventano come le loro madri", ha sentenziato Oscar Wilde in L'importanza di chiamarsi Ernesto. "Questa è la loro tragedia. Gli uomini no. E questa è la loro tragedia”. Per le sue figlie Sophie è stata madre padre sorella e poi figlia lei stessa, quando è venuto il momento di farsi accudire. Ma in ogni incarnazione è rimasta cocciutamente prima di tutto una donna. Libera e colta e impertinente perfino quando consegna a Esther - l’unica fra le sorelle capace di riconoscere in lei, oltre alla capacità di fronteggiare le incognite del futuro, anche la vena malinconica - l’estrema richiesta. Una richiesta che è insieme d’amore e di rispetto: aiutarla a morire.  

Il fine vita è un tema solo sfiorato nel libro, intrecciato al nostro destino di esseri umani. Liberi eppure da sempre condannati. Colette Shammah lo pone delicatamente sullo sfondo, consegnando a Esther le parole per esprimere il succo di una fragilità che ci accomuna poi tutti: “Sai mamma, non ho mai avuto paura della mia morte, mentre ho sempre avuto paura della tua.” Con questa consapevolezza affronta il trauma della separazione, affidando la terapia della memoria alla scrittura. 

Un percorso di elaborazione del lutto non diverso da quello che ha portato Annie Ernaux a fare letteratura sul passato della sua famiglia prima con Il posto - sulla figura paterna - e ora con Una donna, dedicato alla madre. Romanzi che danno voce all’indicibile sviluppando l’idea seminale di uno dei padri della psicanalisi, l’inglese Donald Winnicott, secondo il quale la prima forma di maturità nello sviluppo emotivo del bambino consiste nella capacità di stare soli in presenza della madre. Divenuti adulti, è questo il compito che aspetta al varco i figli, imparare a stare In compagnia della tua assenza.

Colette Shammah
In compagnia della tua assenza
La nave di Teseo
224 pp., 16 euro

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