Clelia Marchi, Il tuo nome sulla neve - Gnanca na busia

Il Saggiatore ripropone un'opera unica nel suo genere: il lenzuolo-libro a cui la contadina mantovana affidò le sue memorie. Uno scrigno di sapere materiale conservato oggi presso l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano

Il tuo nome sulla neve, particolare della copertina (Il Saggiatore)

Michele Lauro

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Non è scritto di fantasia ma di cose vissute: Gnanca na busia (Neanche una bugia) è lo splendido titolo che Clelia Marchi (1912-1996) volle dare al suo "arazzo intarsiato". Dopo una vita di sovrumane fatiche, all'indomani dell'incidente stradale che nel 1972 le strappò il marito, questa contadina di Poggio Rusco (Mantova) cominciò a compilare un album di ricordi. Un collage di parole e immagini, ricordi poesie e cose vecchie, riflessioni e accorate doglianze al fato inclemente.

Una notte la carta finì e Clelia decise di proseguire l'opera su un lenzuolo del corredo matrimoniale. Notte dopo notte l'opera prese le sembianze del "museo a cielo aperto di una vita" secondo la definizione di Vinicio Capossela , artista con la passione per le culture della memoria che ha preso a cuore la storia della Marchi. Nel 1986 il libro-oggetto venne affidato alle amorevoli cure di Saverio Tutino, ideatore e fondatore dell'Archivio dedicato alle scritture autobiografiche degli italiani, e sei anni più tardi il testo fu pubblicato per la prima volta dalla Fondazione Mondadori.

Un tempo si era come pecore in un recinto. Il tuo nome sulla neve è un lungo flashback sull'infanzia contadina gonfio di rabbia, dolcezza e commozione. A sedici anni il primo figlio "che pure ero una bambina anch'io". Ne verranno altri sette ma solo la metà poté sopravvivere in un tempo in cui si cenava a polenta e un "mezzo ficco", ci si scaldava a respirare fiato delle mucche, e due calzini era già troppo. Tempi in cui il marito, comandava lui. E fuori di casa, comandava il padrone. E guai se veniva a casa gli uomini e c'era un bambino alzato. Poi arrivò la guerra.

La sgrammatica graffita di Clelia Marchi è un'opera d'arte il cui significato si apparenta per certi versi al Cretto di Alberto Burri a Gibellina. Entrambi imperituri monumenti alla morte: le fratture dell'artista umbro a congelare la memoria storica di un paese azzerato dal terremoto del Belice; gli intarsi di parole di Clelia a congelare la memoria antropologica di un pezzo di storia rurale nell'Italia del primo Novecento. Entrambi testimonianza simbolica di un riscatto - sociale individuale generazionale esistenziale. Labirinti con una dignità estetica fatta della materia stessa del dolore, le macerie le lacrime e il cemento, paglia, nuda terra ed escrementi di vacca.

Il tuo nome sulla neve è una lunga storia d'amore e condivisione nella buona e (più spesso) cattiva sorte. Nelle notti di solitudine la vecchia contadina di Poggio Rusco affida alla luna le sue inconsolabili angosce di vedova. Ma poiché, come scrive nella prefazione Carmen Covito, nella spietata saggezza popolana la "depressione è sempre stata un lusso che non ci si può concedere", la poesia si imbeve di cultura materiale e non si limita alla ricordanza, al leopardiano "noverar l'etate del mio dolore". Lacrime e inchiostro si mescolano a chiazzare e decorare un pezzo di dote matrimoniale che non serve più al suo scopo e perciò può essere utile a qualcos'altro: scrivere scrivere scrivere come piangere. Un lenzuolo largo come il mare.

Non serve aver studiato per fare poesia. Non importa avere quindici, venti o settant'anni per scrivere versi d'amore. Non è giusto che si debba tanto soffrire dopo una vita di tanta tribolazione e quando sembrava a portata un periodo finalmente sereno, pacificato, in cui godersi figli e nipoti... L'incidente che le porta via il marito lascia Clelia come una vite senza l'albero. Come fare allora ad ammansire i fantasmi della notte, a lenire l'insonnia e la solitudine, ad affrontare il momento della verità? "Ho tanto scritto, tanto pensato e tanto amato: qual è il mio risultato?".

Ancora una volta la scrittura si propone come estremo appiglio. Non serve aver studiato per affrontare i grandi interrogativi. Diceva Karl Jaspers, maestro esistenzialista della filosofia occidentale, che "la notte alla quale mi affidai a occhi aperti non è il nulla, non è il male puro e semplice". La notte è male solo per il giorno che però avverte di non essere il tutto. Così nelle notti senza sonno Clelia Marchi guarda in faccia la morte e il male di vivere alla ricerca di un senso. Recuperando nell'arte del racconto il rito antico dell'appartenenza. Riappropriandosi idealmente del tempo e dell'identità, con quella scrittura che viene dal cuore.

La vita è solo un'ombra che passa sulla terra. La conclusione di Clelia non è diversa da quella formulata più di duemila anni fa da Laozi, il leggendario padre del taoismo: "Il cielo e la terra sono inumani e trattano i diecimila esseri come cani di paglia" (Tao Te Ching, 5). Eppure di fronte al mistero dell'indifferenza cosmica la contadina lombarda restituisce dignità al genere umano. Nelle sue accorate, inquiete, disperate domande c'è la coscienza di chi non si rassegna a essere gettato nel mondo al solo scopo di partecipare a un tutto che ignora la sua partecipazione.

Clelia Marchi
Il tuo nome sulla neve - Gnanca na busia
Il Saggiatore
pp. 128, 12 euro

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