Claudio Morandini, 'Le pietre' - La recensione

Transumanze fuori calendario: la storia tragicomica di un paese cangiante, in balia delle pietre

Le pietre

Le pietre, particolare della copertina

Michele Lauro

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Le pietre è come una di quelle canzoni composte in un periodo di grazia creativa e poi rimaste fuori dall'album, un libro che l'autore, Claudio Morandini, ha dedicato a tutti quelli che hanno amato Neve, cane, piede e sono rimasti "con un po' d'acquolina in bocca". Si tratta di una compagnia di lettori cresciuta col passaparola, capace nella primavera 2017 di sospingere quel piccolo bellissimo romanzo al primo posto della cinquina di Modus legendi e poi addirittura, replicando l'exploit del 2016 con Il posto di Annie Ernaux, nella top ten della classifica dei libri.

Un'allegoria mineralizzata

Con fantasia ludica potrei definire Morandini un surrealista postromantico. Condivide con il canone del romanticismo la ricerca di una rete di corrispondenze tra uomo e natura. Ma al momento di decifrarne il linguaggio segreto, invece di cedere alla tentazione del misticismo panteistico alla Holderlin, invece di aggiornare un improbabile stato di natura all'epoca del global warming o emulare le fughe autodistruttive di un Cristopher McCandless, lo scrittore aostano preferisce inventare valli pietrose ignote al turismo domenicale, popolate da scontrosi eremiti inselvatichiti. Dove la wilderness ha il suono sinistro di uno smottamento del cuore.

Le Alpi da quattro soldi che "se le guardi storto pisciano sabbia". Dove sanità e follia, cattiveria e bontà, istinto e ragione, coraggio e paura sono idealità compromesse, dove perfino acqua e terra sono concetti che non si offrono quasi mai puri. Nelle storie di Morandini brilla il riflesso - venato di ironia e rabbia, amarezza e poesia - di quella antinomia riassunta in maniera lapidaria da Novalis nei suoi Frammenti: i romantici "cercano l'infinito e incontrano sempre cose". Le pietre, appunto. Le umili pietre prelevate dal greto dei torrenti solo quando serve. Le pietre polverose e sgraziate. Le pietre inerti e rotolanti. Le pietre immortali.

Un giorno le pietre dispettose vendicative cocciute sconvolgono la routine dei borghi speculari di Sostigno (l'abitato vallivo) e Terragno (l'alpeggio in quota), modificando un calendario delle transumanze vecchio di secoli, entrando negli orti e nelle stalle, nella testa, nelle scarpe, nella pancia e nei sogni di contadini abituati al silenzio della selva, improvvisamente minacciati dalle stesse fondamenta della casa in cui dimorano da generazioni. Ma prima di diventare rovinosa, la valanga di terra e di roccia scombussola la vita quotidiana di una coppia di miti forestieri, i Saponara, trasferitisi a Sostigno in una sorta di "villeggiatura perpetua".

Uomo e natura, una rivincita beffarda

Nella finzione narrativa è un ragazzo a consegnare ai posteri il groviglio di storie nate sull'onda di quell'invasione. Coi toni di una retrospettiva corale e vagamente scanzonata, giocata sui registri del comico e del grottesco laddove invece in Neve, cane, piede prevaleva lo spleen solitario-sociopatico del protagonista. Qui le pietre attirano in valle una sfilata di personaggi stravaganti "che annusavano l'aria in cerca di esalazioni ultraterrene": preti esorcisti, guaritori, maghi e negromanti, mistici e scettici, giornalisti e geologi, sconfitti uno dopo l'altro nelle loro certezze dall'insondabile bizzosità minerale.

Il mio preferito è il giovane Fantignon, l'allegro, ottimista, creativo compaesano che avrebbe voluto convincere gli altri a convocare le troupe della televisione, sfruttando la sciagura a fini commerciali. Le sue lezioni di marketing primordiale sono geniali, in particolare quella di cavalcare l'idea dei record: quella di Sostigno è la comunità che compie più transumanze al mondo, quella che vanta il maggior numero di pietre (ma bisognerebbe contarle) e probabilmente la più a rischio del mondo. Un rischio imprevedibile, immodificabile, costante.

Con il ritmo del grande narratore, Morandini alterna immanenza e metafisica nel corpo rotolante della sua ghost story, intarsiando dilemmi. Il Male, si chiede per esempio il pievano Don Danilo, ha bisogno di un motivo particolare per manifestarsi o colpisce a caso, o addirittura più gode dove meno meritato è il dolore? E anche ammesso che i valligiani dovessero scontare una colpa, cosa dire delle bestie: gli animali hanno coscienza del peccato? Così aveva chiuso la questione Ralph Waldo Emerson in Società e solitudine: "La solitudine è impraticabile e la società è fatale. Possiamo tenere la nostra testa nell'una mano o nell'altra. Le condizioni si incontrano se conserviamo la nostra indipendenza..."

Claudio Morandini
Le pietre
Exorma
pp. 192, 14,50 euro

Per approfondire

Paolo Cognetti, Le otto montagne
Claudio Morandini, Neve, cane, piede

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