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Cipolle e peperoni: il coniglio al vino rosso di Hemingway

Cene d’autore/4. Nel piatto descritto in Per chi suona la campana c’è però un dettaglio che svela che si tratta solo di un’invenzione d'autore…

(Credits: Flickr/Fotodanilo)

Cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli, anzi da millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato, mettendo a tavola i suoi principali personaggi. In dieci puntate , proviamo a raccontare il rapporto tra cibo e letteratura attraverso classici, romanzi e libri di successo

Falsi d’autore, ovvero la cucina creata a uso e consumo della pagina narrativa. Sebbene non assuma un ruolo centrale in nessuno dei suoi romanzi, in Hemingway il cibo ricopre perlopiù una presenza costante, quasi discreta, nell’intreccio di tutte le sue opere. È l’ingrediente evasivo per eccellenza, in grado di accordare l’intreccio alla sua storia. Ma, al contempo, in più di una occasione, rischia di creare cortocircuiti che farebbero inorridire i cantori e i puristi della buona tavola.

Per avere un’idea, basta leggere le prime pagine di quello che è a tutt’oggi considerato il più bel romanzo sulla guerra civile spagnola, Per chi suona la campana (For Whom the Bell Tolls, 1940). Nelle prime pagine, fa il suo ingresso una pietanza che nella Castiglia della seconda metà degli anni ’30 è assai difficile da preparare. Un succulento coniglio al vino rosso con peperoni e piselli spiattellato sotto il naso di Robert Jordan, il dinamitardo statunitense che ha l’obiettivo di far saltare un ponte proprio nella comunità autonoma spagnola. Se si dà per assodato che nessuno dei combattenti può disporre di un freezer o di una serra, allora è molto probabile che lo scrittore di Oak Park si sia lasciato prendere un po’ la mano: se ci sono i piselli, non ci sono infatti i peperoni; se ci sono i peperoni, non possono esserci ancora i piselli.

Poco male, comunque, perché la scena descritta regge l’intensità e il ritmo narrativo del libro: il coniglio viene consumato in una grotta dove, oltre a cucinare, si mangia e si dorme. È lì che si progetta l’assassinio di Pablo, leader dei repubblicani accusato di fellonia. La scena sembra rievocare quasi immediatamente l’antro di Polifemo. Hemingway però insiste sul piatto, tanto da far credere al lettore di aver mangiato davvero quel benedetto coniglio. Prima che arrivi sulla tavola, Robert sente infatti l’odore di olio, cipolla e carne arrosto. «La pietanza era un coniglio cotto con cipolla e peperoni verdi, e nella salsa al vino rosso, nuotavano dei piselli. Era cucinata bene, la carne si staccava dalle ossa e la salsa aveva un sapore delizioso».

A portarla in tavola è Maria, la donna rapata e stuprata dai fascisti dopo la presa di Valladolid. La descrizione del manicaretto regge solo dal punto di vista narrativo, anche se Hemingway, in circostanze del tutto diverse, è probabile che l’abbia davvero mangiato. «Il connubio fra i due vegetali è di tradizione (anche se non in piatti di carne) – scrive Maria Grazia Accorsi in Personaggi letterari a tavola e in cucina , Sellerio – infatti nella ricetta antica della paella alla valenciana ci sono insieme piselli e peperoni (anche se nessuno ci dice se gli ingredienti fossero secchi o freschi; ora ovviamente tutto è compresente quindi le ricette moderne dove compaiono, come ad esempio la paella all’aragonese, non ci interessano). Hemingway avrà forse mangiato questa pietanza e se ne è ricordato, non sembra infatti una ricetta di fantasia, bensì semmai una ricetta dove, come spesso accade, chi cucina inventa utilizzando ciò che ha a disposizione».

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