Christian Raimo, 'Tranquillo prof, la richiamo io' - La recensione

Frammenti di un discorso scolastico: il prof che non sapeva insegnare ma voleva essere amato

Tranquillo prof.

Tranquillo prof, la richiamo io, particolare della copertina – Credits: Illustrazione di Tuono Pettinato

Michele Lauro

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Dove il comico e il tragico si fondono e si confondono, il mondo della scuola, Christian Raimo ambienta un romanzo scanzonato nella genesi (alcuni post seriali pubblicati su Facebook), nel titolo colloquial-generazionale (Tranquillo prof, la richiamo io), nello stile mutuato dai comics (tanti brevi capitoli, dialoghi secchi e fitti) e nella copertina di Tuono Pettinato (brillante artista cui si devono fra l'altro le biografie a fumetti di Garibaldi, Alan Turing e Kurt Cobain). Un libro malinconico e irriverente, perfido e surreale.

Un professore di storia e filosofia racconta la ripresa dell'anno scolastico come un rito iniziatico, accogliendo i ragazzi accucciato sotto la cattedra. Sembra una bravata da capitano coraggioso, un modo bizzarro di dimostrare l'appartenenza alla comunità della classe e l'adesione messianica al proprio lavoro: non faccio l'insegnante, "sono" un insegnante. C'è dell'enfasi melodrammatica, d'accordo, nella ripetizione di slogan come "intuire i bisogni che albergano in ogni studente". Ma in fondo anche il suo modello, il professor Keating di L'attimo fuggente, era sempre un tantino sopra le righe mentre offriva ai suoi ragazzi la benzina della passione.

Siamo solo a pagina 13 e... "prof, perché si è messo il lucido da scarpe in faccia?" La frattura della normalità scompiglia subito le logiche di una trama mai nata. Da settembre a luglio il diario del professore registra lo sfaldamento delle fondamenta emotive e dei meccanismi di rimozione a difesa della propria pochezza di uomo e pedagogo. La caduta nell'ipocondria e nell'autodistruzione si condenserà infine in un'ossessione da stalker: gli studenti vengono braccati giorno e notte con un dispiego esagerato di network in-comunicativi, fra cui un blog stralunato dove riversare flussi di esaltata depressione e poesie copiate.

La parodia travolge gli alunni saputelli in un grottesco ribaltamento di ruoli. "Prof. perché anche oggi non andiamo avanti e facciamo Leibniz?" Il buco didattico non è ignorare la musica anni Ottanta ma La condizione storico spiriturale dell'odierno parlamentarismo di Carl Schmitt, i film di Bela Tarr, la metafisica di Cartesio. L'ironia di Raimo si scioglie come un acido nella cattiveria, quando in una mozione quasi unanime la classe decide di seguire la supplente di filosofia in un altro istituto per poter finalmente imparare. Il prof. offre dei soldi agli studenti meno abbienti per farli rimanere. L'ironia si scioglie nella pietà.

Insomma questa specie di antimanuale di pedagogia poggia il suo fragile impianto sul crinale di sorrisi troppo amari per sbocciare nella classica risata liberatoria. Per paradosso, è proprio l'assenza di ironia il tratto che accomuna il prof e la sua classe. È il disperato cortocircuito tra l'assenza di empatia e l'ossessione di dimostrare il contrario, scimmiottando lo stereotipo altrui. Più che una caricatura del mondo della scuola, Tranquillo prof è una crudele metafora dell'incomunicabilità umana. Con le grandi domande leopardiane tradotte nel linguaggio dei post: "E poi ancora silenzio, / mentre la ricreazione fugge via, / un presagio di mutismo".

Christian Raimo
Tranquillo prof, la richiamo io
Einaudi
275 pp, 16 euro

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