'Che cosa ho in testa', a cura di Alberto Rollo - La recensione

Trenta scrittori raccontano la propria immagine "di un mondo in cui valga la pena"

Che cosa ho in testa

Che cosa ho in testa, particolare della copertina – Credits: © vvstudio/Freepik

Michele Lauro

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A conclusione di un anno, il 2017, particolarmente fertile per la narrativa italiana, una bella antologia prova a fissare l'attimo chiamando trenta scrittori under 45 a cimentarsi in quello che una volta, a scuola, si chiamava il tema libero. Che cosa ho in testa è il progetto ideato da Alberto Rollo, a sua volta protagonista della passata stagione letteraria con il raffinato Un'educazione milanese, sospinto da un piccolo editore nella cinquina dello Strega.

Esperimenti dentro l'avventura umana

Rollo aveva in testa i versi di Franco Fortini che aprono questo libro, musicali come una canzone: "Tu che lamenti i tempi. / Non ci sono altri tempi per te. / La vita che non sai vivere / giustamente non c'è." A partire dall'assioma generazionale stimola i suoi scrittori a mettersi a nudo di fronte alla pagina bianca del qui e ora. Cosa accende la nostra percezione del mondo? si chiede presentando la sua strana creatura polifonica. È una richiesta allo stesso tempo semplice e sottile, semplice e sterminata: a cosa sto pensando proprio adesso? cosa mi appassiona e cosa mi turba? dove trovo un senso nella vita?

Il patchwork di svolgimenti è affascinante, nella sua varietà. In base al capriccio dell'ordine alfabetico si alternano pura fiction e stralci di autobiografie, distopie e confessioni, malumori e riflessioni, reportage e memorie, invettive e diari, dialoghi reali e lettere immaginarie come quella in cui Andrea Tarabbia chiede a Simone Weil di rileggere la sua lista dei bisogni vitali per l'anima umana, alla luce del presente. Nel genere spurio "scritture sulla scrittura" spicca Lo sfogo di Federico Baccomo, un racconto atipico costruito su una successione di schede-libro inventate (alcune irresistibili, tipo Carlo Cracco, Cucinare con l'immondizia).

Il coraggio di dirsi qualcosa di serio

Altri scrittori interpretano il tema come una meditazione sulla propria opera, sul percorso fatto fin qui. Confermando uno stato di grazia stilistico ed emozionale, Paolo Cognetti racconta i progetti che girano per la testa al proprio sé "ritornante" (dalla città alla montagna), il bisogno di reimmettere in circolo le energie ricevute da un anno straordinario e insieme il bisogno di costruirsi un rifugio. Carmen Pellegrino prova a spiegare l'attrazione per i luoghi abbandonati che alimenta i suoi romanzi e le sue ossessioni. Nadia Terranova svela il rito di passaggio che ha accompagnato la stesura del suo Gli anni al contrario, splendido romanzo cui questa rivelazione aggiunge una dimensione intima e toccante.

Ispirandosi a un botta e risposta tra Pasolini e Calvino nell'autunno del 1973, Paolo Di Paolo prende di petto il malessere legato all'appartenenza al mondo editoriale nella stagione social: "chiacchieriamo e firmiamo qualche copia e 'mi piacciamo', ma ci confrontiamo sempre più raramente". Il romanziere qui lascia il campo al corsivista per sbattere in faccia quello che pensa alla casta intellettuale, liberandosi dal complesso di "stare-sui-coglioni". Con la stessa schiettezza Vanni Santoni dice basta all'ironica rassegnazione dello scrittore ("vale ancora la pena di essere incazzati come bisce"). Nicola Lagioia rifiuta invece l'invito di Rollo con la motivazione che il dibattito pubblico è ormai inquinato, dominato dall'istinto di sopraffazione. Le parole sono finite, l'unico modo di fare qualcosa è cambiare direzione.  

Costruire un'alternativa al vittimismo dei tempi

In questo solco s'iscrivono due contributi di grande spessore anche emotivo come quelli di Fabio Geda e Alessandro Leogrande. Il passaggio dall'alta finanza al microcredito, dall'aggressività alla mitezza, dalla depressione alla fiducia è narrato da Geda in Mezzopieno. Sullo sfondo dei ghat di Varanasi il protagonista decide di cambiare vita, di immaginare una alternativa al vittimismo e al disfattismo. Mentre il racconto che lo sfortunato Leogrande lascia in eredità ai suoi lettori introduce nella villa miseria di Buenos Aires, una favela dove la povertà non ha niente di poetico ma è solo "acida, molle, minacciosa". Alver e padre Pepe hanno lasciato tutto per vivere qui e lo scrittore si interroga (ci interroga) sul mistero della "santa umiltà che confonde la superbia degli uomini", nelle parole di San Francesco.

Non saranno libri come questo a poter rinverdire i fasti di certe riviste novecentesche. Però l'obiettivo minimo è senz'altro centrato: generare una sensibilità corale dall'unione di storie individuali. Qualcosa che i lettori possano interiorizzare come una specie di confidenza, o che addirittura disegni il campo di una appartenenza: "Dunque, metto disoccupato?" chiede nella prima riga del primo racconto il protagonista di Marco Archetti.

Se poi la felicità "è tutto ciò che viene prima della malattia", come sentenzia l'anziano guru del pezzo di Matteo Nucci, allora vale la pena accettare il suggerimento di Carlo Loforti: meglio vivere una vita amatoriale, "senza gol in rovesciata". Non ci sono altri tempi per te, per me, per tutti. Ma "nella solitudine dello scrittore c'è qualcosa che somiglia alla loro speranza", conclude Rollo. Un telefono del vento. Un'immagine dolente come una promessa.

Per approfondire

Alberto Rollo, Un'educazione milanese

Nadia Terranova, Gli anni al contrario

Paolo Cognetti, Le otto montagne

Che cosa ho in testa
a cura di Alberto Rollo
Baldini & Castoldi
286 pp., 17 euro

© Riproduzione Riservata

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