Charles Bukowski e la lettera inedita

L’autore di ‘Post Office’ ringraziò in una profonda lettera John Martin, il suo editore, per avergli permesso di vivere di scrittura

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Un particolare della copertina di Il capitano è fuori a pranzo – Credits: Feltrinelli

Andrea Bressa

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Come la maggior parte dei più grandi autori, anche Charles Bukowski ha dovuto guadagnarsi la pagnotta svolgendo lavori ordinari, a volte alienanti, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno. Si conoscono bene le sue avventure nel mondo del lavoro, soprattutto per i tanti riferimenti che si trovano nelle sue opere. Solo nel 1969, a quarantanove anni, il vecchio Hank riuscì a lasciarsi alle spalle la vita ordinaria e la sua occupazione in ufficio postale e cominciare così a campare di sola scrittura.

Ciò accadde grazie a John Martin, proprietario della piccola casa editrice Black Sparrow, che propose a Bukowski di lasciare il suo impiego e cominciare a scrivere per lui a tempo pieno, per 100 dollari al mese, per il resto della sua vita. Hank accettò, e in pochissimo tempo sfornò il suo primo romanzo Post Office .

Fu la salvezza per Bukowski e una grande fortuna per chi ha potuto apprezzarne l’opera. Nonostante ci vollero diciassette anni di incubazione, nel 1986 lo scrittore riuscì a formulare una profonda lettera di ringraziamento per John Martin, pubblicata nel volume Reach for the Sun: Selected Letters 1978–1994.

Quella missiva emana il caratteristico mix vincente della personalità di Charles Bukowski: intensità e gioco, profonda sensibilità e not politically correct, cinismo e serietà.

Ecco dunque la nostra traduzione di quella lettera, datata 12 agosto 1986:

Ciao John,

grazie per la tua buona lettera. Non credo faccia male, a volte, ricordarsi da dove si è partiti. Tu conosci i luoghi da dove arrivo io. Chi cerca di scriverne un libro o farne un film non ci riesce. Non sanno raccontare il mondo del lavoro. Non esistono più le pause pranzo gratuite, tanto che in molti, pur di non perdere il posto, saltano il pranzo. E gli straordinari non sono mai registrati correttamente, e se provi a lamentarti c’è sempre un altro coglione disposto a prendere il tuo posto.

Conosci il mio vecchio modo di dire: “La schiavitù non è mai stata abolita, è stata solo ampliata per includere tutti i colori.”

Quel che fa più male è la costante diminuzione di umanità in coloro che combattono per tenersi un lavoro che odiano perché spaventati da un’alternativa ancora peggiore. La gente semplicemente si svuota. Sono corpi con teste piene di paure e ubbidienti. Il colore abbandona i loro occhi. La loro voce si imbruttisce. E il corpo. I capelli. Le unghie. Le scarpe. Tutto si lascia andare.

Quando ero giovane non riuscivo a credere che le persone potessero barattare le proprie vite di fronte a queste condizioni. Da uomo maturo, non riesco ancora a crederci. Per cosa lo fanno? Per il sesso? Per la TV? Per un’automobile da acquistare a rate? O per i figli? Figli destinati a ripetere le stesse cose?

All’inizio, quando ero molto giovane e passavo da un impiego all’altro, ero abbastanza stupido da mettermi a riprendere i miei compagni di lavoro: “Ehi, il capo può arrivare da un momento all’altro e sbatterci tutti fuori, proprio così, non ti rendi conto?”.
Loro mi guardavano appena. Stavo dicendo qualcosa che non volevano entrasse nelle loro menti.

Ora nel settore industriale vengono licenziati centinaia e migliaia di lavoratori, che rimangono storditi: “Ci lavoravo da 35 anni…”; “Non è giusto…”; “Ora non so cosa fare…”.

Gli schiavi non saranno mai pagati abbastanza da essere liberi: solo ciò che basta per sopravvivere e tornare al lavoro. Io ho potuto vedere e comprendere tutto questo. Perché tutti gli altri no? Mi sono accorto che la panchina del parco o diventare un alcolizzato potessero essere cose altrettanto buone. Perché non arrivarci da solo, prima che mi ci mettano gli altri? Perché aspettare?

Ho sempre scritto con disgusto contro tutto questo, ed è stato un sollievo riuscire a mantenere lontana la merda dal mio sistema. E ora che sono qui, un cosiddetto scrittore professionista, dopo aver sprecato i miei primi cinquant’anni di vita, ho scoperto che esistono anche altre cose disgustose dietro il sistema.

Ricordo una volta, lavorando come addetto agli imballaggi in un’azienda di illuminazione, uno dei colleghi improvvisamente disse: “Non sarò mai libero!”
Uno dei capi che stava passando di lì (si chiamava Morrie) si lasciò sfuggire una risata, godendo del fatto che questo tizio fosse intrappolato per tutta la vita.

Così, ho avuto la fortuna di potermi tirare fuori da quei luoghi, non importa quanto ci è voluto, ma mi ha dato come una specie di gioia, la stessa di un miracolo. Ora scrivo da una vecchia mente e un vecchio corpo, molto al di là del tempo in cui molti altri uomini avrebbero mai pensato di iniziare un’impresa del genere, ma mi sento in dovere di continuare. E quando le parole cominceranno a mancare e avrò bisogno di aiuto per salire le scale e non sarò più capace di distinguere un merlo da una graffetta, una parte di me ricorderà sempre (non importa quanto sarò andato lontano) come sono riuscito ad attraversare l’omicidio, il disordine e il duro lavoro, per giungere ad un modo generoso di morire.

Non aver sprecato del tutto la mia vita mi sembra un degno risultato, almeno per me.

Il tuo ragazzo,

Hank

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