Céline Minard, la donna del Western

Intervista con l'autrice del romanzo "Per poco non ci lascio le penne"

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– Credits: Céline Minard, "Per poco nonci lascio le penne", 66thand2nd editore

Micol De Pas

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Cosa succede se una donna del Vecchio Continente, filosofa e scrittrice, firma un romanzo western? Provate a chiederlo a Céline Minard: vi darà una risposta fulminante. Prima di tutto perché lei, filosofa e scrittirce, nata a Rouen, in Francia nel 1969, ci ha provato e ha conquistato critica e pubblico con il suo Per poco non ci lascio le penne, uscito per la casa editrice 66thand2nd. E poi perché, nella struttura canonica di un racconto di quel genere, ha saputo ribaltare qualsiasi luogo comune. Vi proponiamo l'intervista.

Perché ha scelto proprio il Western?

"Il western offre al tempo stesso un terreno molto ricco di rappresentazioni mentali, e uno spazio completamente aperto. Penso che questa doppia caratteristica, del luogo comune nel vero senso del termine – il luogo che si condivide – e dell’avventura, dell’azione in corso, della vita che verrà, mi attira da molto tempo".

Che cosa la affascina di quel mondo?

"Lo spazio fisico e il campo del possibile. La natura, beninteso, perché il western è una descrizione epica dell’ambiente naturale, pericoloso, sconosciuto, e dell’avanzata degli uomini in questa immensità. Quello che mi affascina è come si traccia il proprio cammino, senza riferimenti, senza storia dietro di sé, come ci si inventa inventando il territorio".

Il West sembra molto distante da lei, dal nostro mondo. Quali sono state le influenze culturali?

"L’Ovest è molto vicino a noi. E’ l’ultimo mito occidentale, l’ultima grande recita europea sulla costruzione del mondo. Le mie fonti d’ispirazione sono state numerose ed eclettiche: da Dorothy Johnson a Parkman e il suo viaggio in Oregon, passando da Little Big Man di Thoma Berger, dai libri popolari di Karl May, poi i racconti indiani, le preghiere degli sciamani, le testimonianze di prigionia, i cacciatori di bisonti ma anche la poesia concreta americana come quella di Charles Reznikoff o di William Carlos William, che ugualmente tentano di costruire il grande romanzo americano. Senza dimenticare ovviamente il cinema, i John Ford, i Sergio Leone, i western thailandesi in carapesta, i western crepuscolari come Pat Garrett e Billythe Kid, e il western contemporaneo come Le tre sepolture (regia di Tommy Lee Jones, 2005, ndt)".

Che rapporto ha con l'attualità?

"Se esiste un ritorno d’interesse per questo genere, è sicuramente perché l’identità del mondo occidentale è in via di ridefinizione e che questo grande racconto del western sta diventando un racconto nostalgico".

Cosa pensa del luogo comune del western come territorio maschilista-machista?

"Per me, i generi letterari non hanno sesso. Ho sempre letto una gran varietà di cose, compresa la letteratura d’avventura che si pretendeva riservata ai maschi e dunque allo stesso modo scrivo una gran varietà di cose. Ivi incluso un western. Ma non sono certo la prima: Dorothy Johnson era una donna ed è lei che ha fornito molte delle migliori sceneggiature western a Hollywood. E’ quindi un genere femminile. Così come la corsa in automobile e l’aviazione erano degli sport femminili all’epoca della loro apparizione".

Il suo romanzo in realtà sfata tutti i cliché del western, la solitudine, la forza, il coraggio, l'intraprendenza declinati al maschile. Perché?

"Perché la forza, il coraggio, la resistenza, lo spirito d’iniziativa, la rapidità nel decidere, la possibilità di sopportare la solitudine sono capacità umane. Né maschili né femminili. Il western è stato una grande fabbrica di genere, una grande fabbrica d’identità fossilizzate, sclerotizzate e sclerotizzanti. Entrare in questa fabbrica e farla esplodere dall’interno è qualcosa di totalmente liberatorio. E di grande giubilo!"

Come è stato scriverlo?

"Mi sono divertita molto! Inserire i dialoghi del Simposio di Platone in conversazioni nelle vasche da bagno di una città appena costruita da esiliati del XIX° secolo (medici, ladri e sfaccendati) o mettere in scena un incontro di Sumo in mezzo alla prateria americana, sono cose che mi divertono. Così come il fatto che la colonna sonora del romanzo sia un contrabasso suonato da una musicista itinerante e lesbica".

Prossimi libri?

"Un libro sulla sciabola giapponese e l’arte di tagliare. E’ un lavoro a due con l’artista Scomparo con cui lavoro da una quindicina d’anni. Ci saranno immagini, sassi, movimento, del vuoto e del sangue".

 

(Traduzione di Francesca Ciarcianelli)

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