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L’età d’oro delle cartoline

Un libro fotografico di Paolo Caredda racconta le cartoline ormai sparite dalle nostre città e la loro insospettabile età dell’oro

Paolo Caredda, L'età d'oro delle cartoline

Paolo Caredda, L'età d'oro delle cartoline

Arrivavano con le prime piogge di settembre, le cartoline delle vacanze. Si tornava a casa dai viaggi o dalla villeggiatura e quelle ancora niente, non si vedevano.  Erano sempre in ritardo. Ma alla fine facevano la loro comparsa nella cassetta della posta, quando la vacanza era ormai un ricordo e le diapositive erano già state inferte ad amici e parenti. A quel punto erano più una promessa che un ricordo: arriverà un’altra estate.

Ormai quell’era è passata, smartphone e social network hanno azzerato i tempi e le distanze, hanno ucciso le cartoline. Ma quella che ricordiamo già con un po’ di nostalgia non è stata l’età d’oro delle cartoline. C’è stato qualcos’altro prima, qualcosa che solo pochi ricordano e di cui quasi non è rimasta traccia. A quel qualcosa, a quella vera età dell’oro, Paolo Caredda ha dedicato un libro fotografico intitolato In un'altra parte della città , edito da Isbn.

Siamo negli anni ’50, i tempi del Boom Economico, delle fabbriche e del cemento. Gli italiani abbandonano le campagne per le città in cerca di lavoro, futuro e sicurezza economica. L’edilizia popolare esplode, come ogni cosa nuova. E come ogni cosa nuova, viene fotografata.

I committenti sono bar, tabacchi e cartolerie di quartiere. Sanno chi viene e chi va, sanno soprattutto chi viene dalla campagna e quello che la grande città significa per loro: cemento e calcestruzzo sono panorami inediti e spettacolari, una promessa di benessere. Spedire in giro fotografi di poco prezzo a scattare per le vie e le piazze delle periferie dove i nuovi arrivati si insediano, è un attimo: stampate in mille copie, duemila al massimo, quelle immagini finiranno sui banchi degli esercizi del posto, pronte per essere spedite in forma di cartoline a chi è rimasto a casa.

Niente monumenti, solo strade anonime, piazze di quartiere e ospedali, la voglia di dire “io sono qui” come in un Google Maps a francobolli. Di tanto in tanto qualche fotografo artista capitava, qualche scatto con pretese di bellezza si vendeva, ma più spesso no. A un futuro solido come il calcestruzzo non si chiedeva di essere anche bello.

Sfogliando il libro di Paolo Caredda ci si immerge in un tempo in cui il quotidiano aveva una dignità pubblica senza pretese di perfezione estetica. Un concetto solo parzialmente comprensibile per la generazione che non concede possibilità di imperfezione neanche alle fette biscottate che fotografa a colazione. Era squallore vero quello in cui si viveva nelle cartoline dell’età d’oro, ma non importava (o almeno non così tanto): era il prezzo da pagare per una vita migliore.

Un vintage niente affatto glamour, finalmente brutto ma vero. Niente a che vedere con le rappresentazioni fantasiose e luccicanti (e mai esistite) che l’hanno fatta da padrone da quando il vintage si è affermato come la vera moda degni anni Zero. Quel cemento, quei vestiti grezzi e duraturi, quel fango tra i palazzi ci hanno regalato il lusso di un immaginario che può permettersi di guardare indietro nel tempo anziché avanti, nella speranza di un futuro migliore. Quel disagio e quella bruttezza ci hanno consegnato un presente di benessere e sicurezza. È arrivato il momento di trovare un’alternativa estetica alla nostalgia, e forse partire da questo libro può essere una buona mossa.

@giuliopasserini

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