Carmela Scotti, 'L'imperfetta' - La recensione

Le incantagioni di una novella intrisa di sicilianità ancestrale. Finalista al premio Calvino

L'imperfetta

L'imperfetta, particolare della copertina – Credits: © Felicia Simion / Trevillion Images

Michele Lauro

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Il grido del Prometeo incatenato di Eschilo attraversa la storia della letteratura come una grande metafora. "Corifera: Rivela tutto, grida il tuo racconto… - Prometeo: Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore…". Il logos, la parola, è lo strumento per umanizzare quella catena brutale che ci inchioda alle viscere della terra. A tale riminiscenza mitica - ripresa già da Vincenzo Consolo nell'esergo del romanzo Lo Spasimo di Palermo - attinge Carmela Scotti per il suo ispirato romanzo d'esordio, L'imperfetta, ambientato nella campagna siciliana di fine Ottocento. Una fiaba ancestrale, cupa e poetica, attualissima come ogni urlo che viene a squarciare omertà e silenzio sulla violenza, il macigno che l'umanità si tramanda di generazione in generazione.

Si chiama Catena, non a caso, la narratrice e protagonista. Appena quindicenne, orfana di un padre amatissimo da cui ha ereditato la passione per i libri e le parole, scardina in modo efferato il quotidiano tran tran di sopraffazioni nella casa di famiglia. Diventa una fuggitiva nei boschi di Roccamena, luogo conficcato nel cuore della Sicilia "come un chiodo arrugginito". Ambientazioni esterne alla Hieronymus Bosch in una natura matrigna, piena di creature umane grottesche e mostruose ma anche di tante cose nascoste dietro le apparenze che solo una mavara, una strega, è capace di antivedere, attingendo al misterioso sapere in grado di curare il veleno con il veleno.

È della natura il potere di uccidere o salvare, usando la medesima radice. Il sapere sciamanico della mavara si svela a poco a poco, un dono che è anche una maledizione. Bellissime sono in questo romanzo le pagine dedicate all'infinitamente grande e infinitamente piccolo, alle costellazioni e alle foglie, ai tronchi e ai ruscelli, alla pietas degli animali, alla verbena alla dulcamara e all'antimonio. Il mondo vegetale quello sì perfetto, inscritto senza colpevolezza nel ciclo della vita. Come scrisse Giovanni Raboni a proposito di Fosse Chiti (raccolta d'esordio del poeta Nino De Vita, conterraneo di Carmela Scotti), "erbe, fiori, insetti sono osservati e salvati con un'impassibilità che nasconde e protegge il battito, il tremore di una sottile febbre amorosa".

Peccato, colpa, presa di coscienza e liberazione sono le tappe obbligate di un diario che è nel contempo registrazione lucidissima e spietata di una discesa agli inferi e devastante allegoria della condizione umana: del legame tra donna e uomo, tra genitori e figli, uomo e ambiente, creature e creatore. "Trasformavo in parole il male che avevo dentro e, raccontandolo, mi sembrava che diventasse più sopportabile". Il tondo e il corsivo distinguono tipograficamente le due diverse scenografie entro cui si dispiega il racconto: il bosco e la cella.

Carmela Scotti è diplomata in pittura e fotografia, e nel romanzo i rinvii pittorici rincorrono quelli letterari. Ho parlato di Bosch e delle sue simbologie culminanti nella degradazione dei bassifondi palermitani, imputriditi dal colera. Mentre per gli interni mi viene in mente il Caravaggio, quello che fa gridare anche il buio piagandolo con la sua lama di luce, quello che firma col sangue la Decapitazione di San Giovanni Battista: carcerati e carcerieri, di qua o di là dall'orrenda grata, vittime di una metafisica attesa che marchia il destino della nostra specie. Perché tutto invecchia, perfino il boia, perfino il batterio prima o poi diventerà stanco e perderà le forze. Tutti stiamo semplicemente aspettando una misericordia portata dal vento.

Catena vorrebbe trovare un modo per morire intera, per consegnarsi integra al nulla che l'aspetta. Ma poi consegna al fuoco un corpo oramai senza peso, gli occhi rovesciati indietro, alle stelle che non vede. E il distacco stempera la cupezza. Mentre il sapere della mavara diventa maya, apparenza, il corpo si libera finalmente del suo fardello, il dolore degli altri, per lasciare spazio all'immaginazione che cura e protegge. Le parole di carta, leggere, inafferrabili testimoni del tempo, diventano memoria. E un'altra storia da tramandare.

Carmela Scotti
L'imperfetta
Garzanti
194 pp., 14,90 euro

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